Il Piavento

Dalle piccole esperienze delle quali ho parlato nel mio secondo “capitolo” circa una soluzione abitativa degna e possibile per anziani, pian piano nacque un indirizzo più preciso e definito.

Questa scoperta della necessità di trovare soluzioni che rendessero meno angosciosa la situazione degli anziani, specie di quelli che vivevano soli – situazione che può configurarsi nel discorso delle “nuove povertà” – ebbe come spinta ultima due esperienze di ordine pratico.

La prima fu determinata dall’aver constatato, dopo la prima visita a tutte le famiglie della parrocchia, in occasione della benedizione delle case, che almeno un sesto degli abitanti aveva più di settant’anni e che moltissimi di loro vivevano da soli perché la “famiglia patriarcale” nella nostra città era scomparsa ormai da molto tempo; quindi più di mille anziani vivevano in questa condizione quanto mai triste e solitaria.
La seconda fu che proprio in quegli anni era stato abolito il blocco degli affitti e perciò gli anziani, che normalmente godevano di pensioni esigue, s’erano trovati spiazzati e in grossissime difficoltà per pagare l’affitto di casa.

Una ipotesi di soluzione a questo problema mi venne dal fatto che in parrocchia, in via Vallon, esisteva, ed esiste ancora, una casupola di due piani nella quale vivevano otto anziane, casupola che io ho restaurato completamente destinando una stanza a soggiorno per un po’ di vita in comune e costruendo due bagni da una seconda stanza, perché fino ad allora le anziane fruivano di un solo bagno posto fuori dall’edificio e per nulla riscaldato.

Questa casa, che dopo la ristrutturazione tutti ritennero e ritengono una “villetta” e che si denomina Piavento, era il frutto di un lascito di un antico parroco di Carpenedo, don Lorenzo Piavento, che al tempo della scoperta dell’America aveva destinato nel suo testamento a “donzelle di buoni costumi”. La casupola fu poi innalzata di un piano da parte di monsignor Romeo Mutto con la vendita di un podere adiacente, nel quale oggi ci sono i negozi di mobili.

La ragione sociale di questo piccolo immobile era quella di “Opera pia”, ente che una ventina di anni fa lo Stato voleva accorpare ad uno più grande, ma che noi difendemmo con i denti perché rimanesse in gestione alla parrocchia. Tanta fu la determinazione che riuscimmo a tenerlo legato alla parrocchia sotto la ragione sociale “Fondazione Piavento onlus”, ente del quale il parroco pro tempore di Carpenedo rimane presidente nominando altri due consiglieri per amministrarlo. (3/continua)

Storie belle di brava gente

Mi piacerebbe tanto poter disporre ogni settimana di almeno una facciata de Il Gazzettino, della Nuova Venezia o del Corriere del Veneto per raccontare ai concittadini, con un titolo a sei colonne, le storie belle che germogliano tra di noi, alle quali quasi nessuno dà voce e visibilità. Ogni giorno la radio, i giornali e la televisione ci mettono sotto gli occhi una valanga di vicende amare e meschine che sviliscono la dignità umana e ci spingono a credere che nella nostra società tutto sappia di prepotenza, di disonore, di egoismo e d’imbroglio. Fortunatamente la realtà è molto diversa, perché nel silenzio e nella discrezione fioriscono quotidianamente gesti nobili e generosi.

Mi duole davvero tenere solo per me le testimonianze esemplari di gente meravigliosa come quella che, in quest’ultimo quarto di secolo, ha permesso all’Avapo di realizzare uno stupendo “ospedale a domicilio” o alla Fondazione Carpinetum di costruire 500 alloggi per anziani in difficoltà e per altre categorie in profondo affanno esistenziale. Mi soffermo su queste due realtà, che sono il fiore all’occhiello di Mestre, perché le conosco da vicino, tuttavia sono assolutamente certo che nella nostra città c’è qualche altra splendida iniziativa che cresce silenziosa, senza fare notizia. Purtroppo, invece, alcuni “rami secchi” fanno un gran fracasso instillando paura e tristezza nel cuore di tutti.

Mi sono permesso di chiedere alla redazione de L’incontro uno spazio per raccontare a voi, miei cari concittadini, alcuni episodi che mi hanno reso felice. Innanzitutto vorrei confidarvi che scopro ogni giorno qualcosa di bello. Tutte le mattine, appena sveglio, mi chiedo curioso: “Quali belle sorprese mi ha preparato oggi il buon Dio?”. E non passa giorno senza che il Signore mi manifesti la sua benevolenza e il suo amore.

Ma veniamo alle sorprese di quest’ultima settimana: la prima riguarda un’anziana signora di Venezia che un paio di mesi fa mi ha donato prima 25.000 euro poi altri 10.000 e, infine, altri 25.000 dicendomi “sono vecchia, conduco una vita sobria, non ho esigenze particolari, quindi mi fa piacere donare a chi ha bisogno ciò che mi ha lasciato mio marito.”

La seconda sorpresa è legata alla scomparsa della dottoressa Chiara Rossi, farmacista e poi insegnante di matematica, morta qualche giorno fa. Era una donna che ha speso tutta la propria vita per il bene della Chiesa e della nostra città e che, aperto il suo testamento, apprendiamo che ha lasciato 15.000 euro agli anziani poveri.

La terza sorpresa concerne monsignor Angelo Centenaro, già parroco del duomo di San Lorenzo e vicario del Patriarca per la terraferma, mio compagno di classe e mio coetaneo. Nonostante l’età e i relativi acciacchi, ha scelto di dimorare al Centro don Vecchi degli Arzeroni dove è arrivato da Borbiago, per prendersi cura spiritualmente dei 150 residenti.

La quarta riguarda il direttore di un grande ipermercato che, appena andato in pensione, è venuto a offrirsi come volontario, non per dirigere, ma per adoperarsi come l’ultimo degli addetti ai lavori. Da mattina a sera, sposta carrelli per rifornire il banco dello spaccio di viveri in scadenza.

Ho pensato di far conoscere queste esperienze, e ce ne sarebbero ancora molte altre, perché mi sembrava egoista tenere tutto questo “oro” nello scrigno del mio cuore.

Radici prossime

Ho già riferito che nel 1971 tutta la dottrina riguardante la vita parrocchiale era messa in discussione. Il tempo dagli anni Settanta agli Ottanta fu un tempo assai difficile a motivo della contestazione, soprattutto per me che dovetti affrontare in prima persona, e per la prima volta, i complessi problemi di una parrocchia di periferia di 6.500 anime.

Fin dall’inizio di questo mio servizio cominciai ad elaborare un mio progetto di ordine pastorale, partendo da convinzioni già acquisite sia da un punto di vista concettuale che pratico. Fin da allora ero già profondamente convinto che la religione voluta da Gesù è segnata da due dimensioni ugualmente importanti e derivanti dal comandamento “ama Dio con tutte le tue potenzialità e il prossimo come te stesso”. La dimensione verticale riguarda la fede e l’annuncio evangelico che si esplicano attraverso la catechesi e la liturgia; mentre quella orizzontale si esprime mediante la carità. Quindi il problema della carità, che molto spesso era ed è purtroppo marginale negli interessi e nei progetti dei parroci e dei cristiani impegnati, è invece, almeno per me, a pari grado con quello della evangelizzazione, della catechesi, del culto e della preghiera. Pertanto, fin dall’inizio del mio ministero, cominciai a pensare come impostare e realizzare questa componente così essenziale per una vita realmente cristiana e il problema si presentò subito di difficile soluzione perché in questo campo c’erano poche e fragili esperienze alle quali rifarsi.

I primi passi li spesi per rafforzare e rendere più efficienti le associazioni caritative già esistenti: la conferenza della San Vincenzo maschile e quella femminile, alle quali aggiunsi in seguito anche una per i giovani. Nacquero poi, il gruppo “Il Mughetto” per l’assistenza ai disabili, il “Gruppo San Camillo” per l’assistenza agli ammalati e alle persone sole e in difficoltà, “Il Ritrovo” per gli anziani, Villa Flangini ad Asolo (foto) per le vacanze dei vecchi, il restauro radicale dell’opera “Piavento”, la casa che accoglieva otto anziane in difficoltà abitative. E via via ho aperto le residenze “Ca’ Dolores”, “Ca’ Elisa”, “Ca’ Teresa” e “Ca’ Elisabetta” sempre per anziane in difficoltà, il “Foyer San Benedetto” per l’accoglienza dei parenti dei degenti nei nostri ospedali che abitavano lontani da Mestre.

Man mano che si realizzavano questi obiettivi, notavo da un lato che aumentava il consenso tra i concittadini e dall’altro andavo scoprendo che c’era molto, molto ancora da fare per dare volto reale alla carità, ma soprattutto darle un volto comprensibile alla sensibilità dei nostri tempi. (2/continua)

Radici remote

Inizia da questa settimana una nuova rubrica a puntate dedicata alla storia dei Centri don Vecchi, che ci accompagnerà fino all’inaugurazione del settimo centro agli Arzeroni.

S’è scritto certamente molto sui Centri don Vecchi, sulla loro finalità, sulla dottrina che li supporta e sul loro funzionamento, però quasi sempre se n’è parlato in maniera non organica, solamente illustrando e soffermandosi episodicamente soprattutto sulle loro singole sfaccettature. Chi poi ha trattato l’argomento in modo più informato, sono stati lettera aperta, settimanale della parrocchia di Carpenedo, comunità da cui i centri sono stati concepiti, e L’incontro, settimanale della Fondazione Carpinetum, che li gestisce. Essendo io di certo la persona maggiormente coinvolta in questa bella storia e avendo però ormai novant’anni, non vorrei che essa andasse sepolta con me e soprattutto non vorrei che i nostri concittadini non potessero conoscere fino in fondo il “miracolo della carità” sbocciato nell’ultimo quarto di secolo a Mestre. Penso, dunque, sia opportuno informare la comunità sugli antefatti per facilitare la comprensione del nascere e dello svilupparsi di queste strutture per anziani di modestissime condizioni economiche.

Sono stato ordinato sacerdote nel 1954 e nominato parroco di Carpenedo alla fine del 1971, avendo alle spalle una brevissima esperienza di un paio d’anni, come cappellano, nella parrocchia dei Gesuati a Venezia, ma durante questo tempo mi ero occupato quasi esclusivamente dei ragazzi in genere e degli scout in particolare.

Giunsi a Mestre nel 1956 nella più popolosa e vivace parrocchia della città, nella comunità del duomo di San Lorenzo martire, dove lavorai prima sotto la guida di monsignor Aldo Da Villa e poi sotto quella di monsignor Valentino Vecchi. Ebbi modo di fare delle forti esperienze pastorali come responsabile cittadino degli scout, come assistente ecclesiastico dei maestri cattolici, ma soprattutto come assistente cittadino della San Vincenzo, la benemerita associazione che si occupa dei poveri. Per quanto riguardava l’attività pastorale della carità in quel tempo collaborai in maniera veramente determinante soprattutto con monsignor Vecchi, già mio insegnante di Storia della filosofia in Seminario.

Il decennio tra il Sessanta e il Settanta è stato una stagione quanto mai ricca per l’assistenza ai poveri. In quegli anni fu costruita “Ca’ Letizia”, aperto “Il Ristoro”, la mensa serale per i poveri della città, e ancora: il magazzino degli indumenti, le docce e il barbiere. Si organizzarono le vacanze estive per gli anziani e gli adolescenti, nacquero il mensile “Il Prossimo” e tante altre iniziative riguardanti la carità, come ad esempio il Caldonatale, “l’epica impresa” degli scout per provvedere legna e carbone per il riscaldamento dei poveri nel periodo invernale.

Come dicevo, alla fine del 1971 fui nominato parroco della parrocchia dei Santi Gervasio e Protasio a Carpenedo in un’epoca quanto mai difficile per la pastorale in parrocchia, perché in quella comunità periferica ci raggiunse la coda del Sessantotto, il tempo della contestazione.

Sento il bisogno di fare questa premessa perché, specie quest’ultima esperienza, fece emergere il ricordo della mia infanzia, vissuta in un paese povero e in una famiglia di condizioni più che modeste da un punto di vista economico. Col passare degli anni ho capito quanto sia vero che chi non ha fatto esperienza della povertà in prima persona ben difficilmente comprende il dramma dei poveri. Io ho avuto la fortuna di conoscere questo dramma essendo vissuto in una famiglia in cui la mamma e noi sette fratelli, dei quali io sono il più vecchio, dovevamo contare soltanto sullo stipendio di mio padre che era un semplice falegname. (1/continua)

L’assistenza ai Don Vecchi

Nel post precedente mi sono occupato della ristorazione ai Centri Don Vecchi affermando che le soluzioni adottate sono perfettamente in linea con la dottrina a cui si ispirano le nostre strutture. Ora, invece, vorrei affrontare la questione dell’assistenza medica, infermieristica, sociale e personale. I nostri miniappartamenti vengono giustamente definiti “alloggi protetti”, perché tentano di sopperire al deficit esistenziale che contraddistingue la terza e la quarta età. Gli anziani che accogliamo hanno un’età compresa tra i sessantacinque e gli ottantatré anni e, per fronteggiare la diminuzione di autonomia la Fondazione Carpinetum perciò propone le seguenti soluzioni:

  • Gli alloggi vengono assegnati ad anziani che dispongono di risorse finanziarie modeste o precarie e, in un’ottica di contenimento dei costi, si è deciso di non assumere né medici né infermieri. Pertanto, i residenti vengono invitati a scegliere come medico di famiglia quello con cui la Fondazione ha stretto un accordo e al quale viene offerto un ambulatorio gratis in ogni struttura. Questa scelta consente di abbattere i costi e offre l’opportunità di avere un dottore “in casa”. Ciascun residente è comunque libero di scegliere il medico che preferisce, facendosi carico dei disagi che questa decisione può comportare.
  • Per quanto concerne l’aspetto infermieristico, ogni struttura mette a disposizione un’assistente domiciliare che sorveglia la situazione, rammenta l’assunzione dei farmaci, comunica alla Direzione eventuali difficoltà di ordine fisico o psico-fisico, e in caso di urgenza, chiama il 118.
    Gli anziani in difficoltà possono avere soccorso immediato, giorno e notte, chiamando il numero 333 dal telefono di cui ogni alloggio è provvisto. In caso di condizioni di salute precarie, consigliamo di richiedere il servizio di telesoccorso che, in prima battuta, contatta la nostra assistente di turno.
  • Dal momento che i nostri centri sono pensati per anziani autosufficienti, i familiari e soprattutto il “garante” (la persona che si fa carico di ogni decisione riguardante la permanenza al Don Vecchi) sono tenuti, per statuto, a trasferire il proprio congiunto, non più autosufficiente, in una struttura più idonea. Attualmente si concede la permanenza nel centro a patto che venga fornita assistenza da parte dei familiari o di una figura terza e si avvisa che non si richieda un supporto che non è previsto.

La Fondazione comunque si è attivata affinché l’azienda sanitaria locale invii nei vari centri infermieri per gli esami del sangue e altre prestazioni previste dai regolamenti sanitari. In Direzione opera anche la dottoressa Rosanna Cervellin, una volontaria molto qualificata, che si adopera per facilitare i ricoveri e gli interventi di carattere medico, infermieristico, sociale e previdenziale. In virtù della stima di cui la Fondazione gode presso gli uffici comunali, le strutture sociali e all’interno della Croce Rossa, gli interventi sono immediati e realizzati con grande professionalità. Ho ritenuto opportuno segnalare tutto quello che i Centri don Vecchi possono offrire e tengo a precisare con altrettanta franchezza quello che non ci si può illudere di ottenere. La filosofia che è stata adottata consente di vivere nelle nostre strutture spendendo un quarto o forse meno rispetto a qualsiasi casa di riposo e conducendo una vita migliore e più confacente alle normali attese di una persona.

Ristorazione al Don Vecchi

Purtroppo credo che alcuni mestrini considerino ancora i Centri Don Vecchi delle case di riposo, moderne magari, ma nulla più di questo. Pur avendolo scritto ormai molte volte, ritengo opportuno ripetere che le nostre strutture sono proprio l’opposto. In casa di riposo, infatti, l’anziano è a pensione, e tutte le decisioni vengono prese dalla direzione, mentre nei nostri centri i residenti rimangono protagonisti della loro vita. La direzione, semmai, li “costringe” a rimanere autonomi fino all’ultimo respiro, perché questo significa vivere da persone libere e intelligenti!

Gli appartamenti che mettiamo a disposizione, a costi accessibili anche per chi ha la pensione minima, vengono definiti “alloggi protetti” in quanto prevedono supporti di ordine strutturale, sociale e organizzativo che contribuiscono a dare sicurezza all’anziano, il quale comunque rimane libero di gestire la propria vita come meglio crede.

Vorrei soffermarmi in particolare sulla ristorazione che considero un aspetto molto innovativo della nostra proposta. Ogni alloggio è provvisto di un angolo cottura, studiato appositamente per occupare poco spazio, ma che comunque garantisce comodità e sicurezza. I residenti che si preparano i pasti in casa, possono disporre di generi alimentari, frutta e verdura a costi pressoché simbolici che l’associazione Il Prossimo mette a disposizione.
Noi suggeriamo loro di provvedere in maniera autonoma al pranzo e alla cena per mantenersi attivi e occupare il tempo in maniera costruttiva.
Ciononostante, nei nostri centri è stato allestito un ristorante, gestito dal catering “Serenissima Ristorazione” di Vicenza, che prepara il pranzo presso un centro cottura ubicato all’interno del centro Don Vecchi 1 a Carpenedo. Il pasto, servito in un locale signorile, prevede: un primo piatto, ogni giorno diverso, un secondo, che viene sempre variato e accompagnato da un contorno, frutta fresca e, per chi lo desidera, purè e verdura di stagione, oltre a un dessert generosamente offerto da molte pasticcerie di Mestre che, quasi ogni giorno, ci regalano i dolci invenduti. Con cinquanta centesimi poi ogni commensale può prendere vino, bevande e caffè a un distributore automatico. Il pranzo costa cinque euro, tuttavia ai residenti che hanno una pensione di seicento euro finora siamo riusciti ad addebitare soltanto due euro e cinquanta, grazie al contributo donato dall’associazione Vestire gli ignudi.

Due volte al mese le porte del Senior restaurant si aprono per tutti gli anziani della città e, in questa occasione, viene servito anche un antipasto.

È previsto inoltre un servizio di consegna a domicilio dei pasti per gli anziani che, per qualche motivo, non possono recarsi al ristorante. Il servizio in sala, invece, viene svolto da un gruppo di volontari, a turni di cinque o sei.

Qualcuno forse si domanderà perché questo vecchio prete, ormai novantenne, tenga a puntualizzare queste cose. Per vanteria o vanagloria? No, cari lettori! Pur essendo orgoglioso e felice della soluzione che abbiamo adottato, sono consapevole che gli artefici di questi “miracoli” sono i concittadini che credono nella solidarietà, ma so altrettanto bene che molti altri “miracoli” si potrebbero ancora concretizzare, se qualche altro mestrino si unisse a noi!

Costi e ricavi al Don Vecchi (2/2)

Dal momento che, per motivi di spazio, è stato necessario suddividere il mio intervento in due parti (questo articolo, come il precedente, proviene da L’Incontro, NdA), riprendo il tema dei costi nelle nostre strutture e, dopo aver spiegato in maniera piuttosto circostanziata perché riusciamo a contenere gli addebiti a carico dei residenti, procedo a illustrare cosa rientra nella voce “affitto”, che in realtà è una sorta di rimborso spese. Spero in tal modo di contribuire a sciogliere eventuali dubbi e di dimostrare la trasparenza dell’operato della Fondazione Carpinetum.

Come dicevo, le tre componenti sono: i costi condominiali (manutenzione, pulizie e quant’altro) che ammontano a circa sei euro al metro quadrato; le utenze (luce, gas, telefono, televisione, ecc…) che vengono addebitate a seconda dei consumi; e il contributo di solidarietà che viene stabilito in base al reddito personale. Chi percepisce la pensione sociale paga soltanto i costi condominiali e le utenze, mentre a chi dispone di una pensione più elevata viene richiesto anche il contributo di solidarietà. In questo modo è possibile permettere, anche a chi ha un reddito esiguo, di abitare nei nostri centri e di usufruire di tutti i vantaggi che offrono, sempre in nome della solidarietà. L’importo varia da un minimo di cento euro a un massimo di quattrocento, con qualche eccezione più alta per chi dispone di una superficie e di un reddito sensibilmente maggiori.

In ogni caso, abitare al Centro don Vecchi rimane una soluzione vantaggiosa, non soltanto per le ragioni che ho già illustrato, ma soprattutto perché gli spazi comuni sono molti, l’ambiente è molto signorile, i servizi parecchio efficienti: medico in casa, ristorante, bar, assistenza e vigilanza, incontri ricreativi, culturali e turistici, fornitura di generi alimentari, frutta e verdura, indumenti e mobili a prezzi pressoché simbolici, spazi verdi e altro ancora.

Queste scelte rispecchiano le convinzioni di chi ha ideato le nostre strutture e oggi le gestisce. La carità cristiana non può ridursi al pacco natalizio, ma deve concretizzarsi in aiuti tangibili in modo che chi ha meno, per le più svariate ragioni, possa vivere gli ultimi anni della sua vita in maniera dignitosa e confortevole. Concludo ricordando che è possibile richiedere in segreteria le pubblicazioni, realizzate dalla Fondazione Carpinetum, che affrontano in maniera più minuziosa l’argomento di cui mi sono occupato in queste pagine. (2/fine)

Costi e ricavi al Don Vecchi (1/2)

Capita molto spesso che alcuni anziani, o qualche familiare che sta valutando l’eventualità d’inserire un proprio congiunto in una delle nostre strutture, mi chiedano a quanto ammontano le spese a carico dei residenti e, quando vengono a sapere le cifre irrisorie che chiediamo rispetto a quanto prevede il mercato di questo specifico settore, rimangono molto perplessi. Ritengo dunque opportuno motivare per punti i costi di gestione in maniera un po’ più articolata, in due puntate:

  1. Il capitale impiegato per la costruzione e per una parte consistente dell’arredo proviene tutto da donazioni di diversa entità;
  2. Gli operatori stipendiati sono ridotti al minimo;
  3. Abbiamo la fortuna di poterci avvalere di una nutrita schiera di volontari sia per la costruzione sia per la gestione delle strutture;
  4. Per scelta, tutti gli alloggi sono piccoli; le dimensioni variano da un massimo di cinquanta metri quadrati a un minimo di venti. L’esperienza maturata ci ha dato ragione, perché l’impegno di tenere in ordine la casa diventa meno oneroso per gli anziani e poi, all’ampiezza dell’appartamento, si aggiungono gli spazi comuni di cui ciascuno può disporre;
  5. La Direzione, intelligente ed oculata, è riuscita a far comprendere ai vari enti che si tratta di un’opera veramente solidale, quindi abbiamo ottenuto sconti notevoli su gas, luce, televisione ecc.;
  6. Il Comune, pur non essendo stato particolarmente generoso, ci ha concesso il cambio d’uso delle superfici, quindi abbiamo potuto costruire su terreni che abbiamo pagato come fossero agricoli. Altre superfici, invece, ci sono state date in comodato d’uso. Inoltre, per i primi quattro centri, il Comune contribuisce con 1,90 euro per ciascun residente. Non è molto, però è meglio di niente;
  7. Le nostre strutture non sono state ideate come fonti di profitto, ma come espressione della carità cristiana che la parrocchia di Carpenedo ha scelto di compiere e molti concittadini di Mestre hanno sposato il progetto sostenendolo economicamente.

La scelta di aiutare gli anziani piuttosto che favorire altri settori, che pure avrebbero bisogno di un supporto solidale da parte della comunità, è nata dopo aver constatato che gli anziani percepiscono quasi sempre pensioni modeste, di conseguenza l’affitto diventa molto spesso un onere pressoché insostenibile. (1/continua)

La dottoressa Francesca Corsi

Il 18 gennaio di cinque anni fa è morta la dottoressa Francesca Corsi, funzionaria del Comune di Venezia per quanto riguardava gli anziani e i disabili.

Questo anniversario ci offre l’opportunità di ricordarla in maniera del tutto particolare perché ella è stata quanto mai benemerita nei riguardi dei Centri don Vecchi. Infatti non solo ottenne di evitare i gravi oneri di urbanizzazione primaria e secondaria ma pure, in occasione della costruzione di tutte le nostre strutture, ci fece avere dal Comune un contributo, seppur modesto, per le prime quattro.

Morta questa intraprendente ed appassionata persona, quanto mai convinta e tenace nei riguardi di queste due categorie di persone svantaggiate, il Comune di Venezia non ha più erogato un qualsiasi contributo per i Centri don Vecchi 5 e 6.

La dottoressa seguì sempre in maniera appassionata ed intelligente le problematiche che via via si sono andate manifestando, fornendoci consigli e favorendo in ogni modo i nostri progetti, e mettendoci a disposizione la sua grande preparazione professionale.

La Fondazione Carpinetum sente il dovere di rendere onore alla memoria di questa donna quanto mai determinata e decisa nel portare avanti il suo compito a favore degli anziani e di additarla ancora una volta alla stima e alla riconoscenza della nostra Città.

Il dottor Sandro del Todesco, collega di lavoro della dottoressa Corsi, come ogni anno, in ricorrenza dell’anniversario della morte della dottoressa ha sottoscritto 3 azioni, pari a 150 euro, perché ella possa idealmente continuare a sostenere i nostri Centri don Vecchi.

Ho trovato una viola

Non sono appassionato né a leggere la cronaca, quasi sempre nera, dei quotidiani, nè mi entusiasmano più di tanto i servizi della televisione su quanto avviene di triste, di deludente o di malvagio in Italia e in tutto il mondo. Mi appassionano, invece, e mi riempiono di profonda soddisfazione interiore i fatti nobili, grandi o piccoli, che vado scoprendo nei miei incontri quotidiani e nelle mie letture. Quando incontro qualcosa di bello lo registro e lo custodisco gelosamente nella mia memoria perché mi aiuti, nonostante tutto, a pensar bene della vita e degli uomini e mi conservi la speranza e la volontà di continuare ad impegnarmi per l’avvento di un mondo migliore. Ho confessato più volte che non essendomi mai imbattuto in un organo di stampa che riferisca soprattutto su ciò che di positivo c’è nella vita e non avendolo mai trovato ho provato a farlo io stesso, però non ci sono mai riuscito, e quindi mi sono rassegnato a raccontare talvolta le cose buone che mi capita di vedere.

Faccio questo preambolo, per raccontare, a chi può interessare, il fatto in cui mi sono imbattuto. Una signora di Venezia mi aveva telefonato che sarebbe venuta al Don Vecchi per “sottoscrivere qualche azione”. Ho incontrato la signora, non giovanissima, che mi aveva contattato, la quale mi consegnò due piccole scatole di cartone, pensavo si trattasse di qualche dolcetto o qualcosa del genere, cosa che mi capita abbastanza di frequente, conoscendo la gente la mia veneranda età. Sennonché, aperte le due scatole, vi ho trovato quasi cinquantamila euro ben impacchettati e destinati ai poveri.

Potete immaginarvi lo stupore e la meraviglia che provai. Telefonai per ringraziare di cuore questa signora per il bene che potrò fare con la sua offerta così consistente e le chiesi se potevo pubblicare il suo nome. Mi chiese gentilmente di mantenere l’anonimato, cosa che faccio, però sento il sacrosanto dovere di confidare il fatto ai miei concittadini perché sappiano che a questo mondo non ci sono solamente i prepotenti, gli egoisti, i mascalzoni di ogni genere, ma per fortuna vi sono pure nell’umiltà e nella modestia anime come questa.

Anche in questa occasione mi viene in mente, come m’è capitato altre volte in occasioni simili che per me fortunatamente non sono infrequenti, il detto del principe del foro di Venezia, l’avvocato Carnelutti il quale ha scritto: che il male è come i papaveri, ne basta qualcuno perché tutto il campo di grano appaia rosseggiante, mentre il bene è come le viole, umili e modeste, che pur essendo belle e profumate, sono sempre nascoste; motivo per cui le devi cercare con attenzione.

Amici cari, mi fa felice confidarvi che questa mattina ho scoperto una bella viola e vi posso assicurare, dall’alto dei miei novantanni, che fortunatamente ve ne sono ancora molte altre anche in questo povero mondo!

Sogni nel cuore

Le nuove norme antismog hanno creato grosse difficoltà di carattere finanziario legate alla gestione dei furgoni utilizzati per la raccolta e la distribuzione dei mobili, dei generi alimentari, della frutta e della verdura e degli indumenti a favore dei poveri. Suddetti mezzi, di proprietà della Fondazione Carpinetum, che sono stati messi a disposizione dall’associazione Il Prossimo in comodato d’uso, sono molti, ma purtroppo vecchi.

Sono sei furgoni grandi, bianchi con la scritta rossa, molto evidente, “Servizio per i poveri”, che essendo stati acquistati usati, oggi sono piuttosto datati. Il furgone frigorifero indispensabile per il trasporto dei generi alimentari congelati non è più fruibile perché non è conforme alle nuove norme del traffico, che sono assai restrittive. Pertanto, è stato assolutamente necessario acquistarne un altro, ancora una volta usato, visti i costi proibitivi di un mezzo nuovo. Servivano euro 17.500, una somma quanto mai consistente, dati gli attuali impegni finanziari della Fondazione, e siamo ricorsi a un prestito, che speriamo di saldare con l’aiuto di qualche anima buona. D’altro canto, se vogliamo dare un servizio serio e consistente ai concittadini in difficoltà, abbiamo assolutamente bisogno di un’organizzazione efficiente che purtroppo però ha costi ragguardevoli. Tuttavia, nonostante le difficoltà di reperire un volontariato serio ed efficiente, la nostra organizzazione di raccolta e distribuzione è in assoluto la più valida, non solo a Mestre, ma nell’intera Regione.

Termino queste confidenze amichevoli confessando di avere nel cuore un’amarezza e una speranza: l’amarezza è che a Mestre ci siano organizzazioni, che fanno affari usando mezzi di trasporto che scimmiottano i nostri e che spesso si avvalgono del mio nome e di quello dei poveri per carpire la fiducia dei concittadini. La speranza, invece, è che l’anno prossimo nasca, in quel degli Arzeroni, una struttura di carattere solidale che riprende i criteri e le logiche dei supermercati, pur perseguendo nella sostanza finalità che si rifanno totalmente alla carità cristiana. Spero quindi che, alla fine dell’anno prossimo, avrò la gioia e la soddisfazione di consegnare in eredità i nostri sogni e i nostri tentativi di porre in atto iniziative di carattere solidale. I nostri progetti, superato il concetto ottocentesco di beneficenza, si rifanno ai concetti più avanzati di condivisione, di solidarietà che diventano contributi reali ed esaustivi a favore dei fratelli più fragili.

Mi auguro anche di poter vedere la struttura, assolutamente innovativa che darà volto e vita a un nuovo modo di concepire e realizzare la carità cristiana.

La Corale Santa Cecilia

In un mio recente intervento ho esposto i problemi pastorali che vivo in qualità di pastore della mia “parrocchietta” dei Centri don Vecchi. Mi sono soffermato in particolare sui crucci che riguardano la nostra piccola comunità, perché sognavo e sogno ancora che nessuna delle mie “cinquecento” pecore esca dall’ovile e si perda.

Desidero inoltre che i lettori conoscano le nostre eccellenze, che per fortuna non sono né poche né piccole. Se ne avrò l’opportunità, spero di poter illustrare anche le altre attività che si svolgono all’interno di questo piccolo borgo di anziani particolarmente fortunati: le gite pellegrinaggio, le attività culturali e ricreative, le iniziative benefiche e altro ancora.

Con queste righe, voglio raccontare l’attività della corale Santa Cecilia che da più di quindici anni anima le liturgie del centro di Carpenedo e la celebrazione eucaristica domenicale nella “cattedrale tra i cipressi” del nostro cimitero. Tengo a precisare che il coro di Carpenedo è il più importante, ma anche Campalto e gli Arzeroni hanno il loro coro di anziani.

Il coro Santa Cecilia è stato creato una quindicina di anni fa da una residente, la signora Giovanna Miele Molin, maestra elementare in pensione, e attualmente ricopre il ruolo di codirettrice e la sua vice, signora Mariuccia Buggio, soprano e voce solista che si esibisce molto di frequente in concerti in città. Al momento il coro è composto da una quindicina di anziani. Fino a un paio di anni fa, tra loro c’era anche una residente che suonava l’organo ma purtroppo, come tanti altri suoi colleghi cantori, ci ha lasciato.

La fortuna ha voluto che il dottor Carmelo Sebastiano Ruggeri, specializzato in gerontologia, geriatria, medicina interna, gastroenterologia e farmacologia clinica, oggi in pensione, e grande appassionato di musica, si offra di accompagnare il coro durante le prove e le celebrazioni. La sua generosità è veramente esemplare e si esprime nella dedizione verso il prossimo e verso il culto di Dio. Dopo essersi accorto che lo strumento che suonava per accompagnare il coro era più che modesto, ha promosso, via Internet, una raccolta fondi tra colleghi, amici e conoscenti per l’acquisto di uno nuovo.

Così, dalla prima domenica di Avvento, la nostra “cattedrale” e il nostro coro dispongono di uno strumento quanto mai valido per cantare la lode al Signore. Sia io che la comunità cristiana del Don Vecchi e della chiesa del cimitero ringraziamo di tutto cuore l’organista, le maestre e i coristi per il loro ammirevole e disinteressato servizio al popolo di Dio.

La mia “parrocchia”

Dimoro al Centro don Vecchi da ormai tredici anni, ossia dal giorno in cui sono andato in pensione, dopo aver esercitato per trentacinque anni il servizio di parroco a Carpenedo.

Data la mia veneranda età, prossima ai novant’anni, sono un inquilino come tutti gli altri: vivo in un quartierino di quarantanove metri quadrati e pago la pigione come ogni altro residente. Non svolgo più alcuna mansione all’interno della Fondazione, se non quella di curare l’aspetto religioso dell’aggregato delle “sei parrocchiette”, dei sei centri Don Vecchi, per un totale di poco più di cinquecento anime, come si dice in gergo ecclesiastico.

Svolgo la mia attività pastorale anche nella chiesa del cimitero che, per amore verso chi la frequenta, chiamo “la cattedrale tra i cipressi”, dove trovo più consolazioni e conforto di quante ne abbiano i preti che reggono maestose cattedrali gotiche o romaniche. I miei “fedeli” sono veramente cari, perché ogni domenica gremiscono la chiesa e creano un clima di calda fraternità e di amicizia che mi conforta e scalda il mio cuore di vecchio prete, fortunatamente ancora appassionato di anime.

Ma torniamo ai Don Vecchi. Da sognatore quale sono sempre stato, pensavo che una così bella struttura, creata dalla mia vecchia comunità cristiana per dare un segno concreto di attenzione verso il prossimo, sarebbe diventata una specie di “convento” dove dedicarsi alla preghiera, all’amore fraterno e all’attesa del vicino incontro con il Signore, però le mie aspettative sono state deluse. Nella mia attuale piccola “parrocchia”, infatti, ci sono anime pie, devote e zelanti, ma non mancano gli indifferenti, i non praticanti e forse c’è anche qualche non credente.

Che cosa faccio per portare in paradiso questo piccolo gregge? Tento di esercitare al meglio la carità aiutando in qualsiasi modo chiunque si trovi in difficoltà per ragioni economiche o di salute e non goda dell’attenzione dei figli, convinti di aver sufficientemente provveduto, perché hanno trovato loro una collocazione in quella che ritengono sia una “casa di riposo”. In realtà, è in assoluto la struttura più signorile e confortevole e costa meno di due terzi rispetto ad altre sistemazioni.

Ogni sabato celebro la Messa e predico la confortante parola del Signore, con tutta la fede e l’entusiasmo di cui sono capace, anche se purtroppo non vedo i risultati nei quali continuo a sperare. Nonostante le mie “predichette” e i miei costanti inviti, soltanto la metà dei residenti del Don Vecchi è presente alla celebrazione ogni settimana. La scarsa assiduità di questi anziani che, come me, sono a un passo dall’incontro finale con il buon Dio, è una spina che mi addolora e mi preoccupa perché so che il Signore mi domanderà “dove sono gli altri tuoi fratelli?”.

Da un paio di settimane ho ripreso la visita pastorale ai residenti, quella pratica che un tempo si chiamava “benedizione delle case” e che ho esercitato ogni anno per le duemilaquattrocento famiglie della parrocchia di Carpenedo.

Il risultato, da un punto di vista umano, è splendido, gratificante, oserei dire esaltante, perché credo che ben pochi preti ricevano le manifestazioni d’affetto e di riconoscenza che accompagnano le mie visite in questi giorni. Mi viene da pensare che la stragrande maggioranza dei residenti mi voglia davvero bene, visto che spesso la riconoscenza si manifesta con un abbraccio caldo e fraterno che mi riempie il cuore di gioia. Ho, però, un cruccio, perché, io che vorrei tutto, mi dico che va bene, ma so che potrebbe andare meglio.

Quanto costa vivere ai Centri Don Vecchi

Sono convinto che a Mestre non ci sia più alcun cittadino che non abbia sentito parlare, fortunatamente bene, dei Centri Don Vecchi, tuttavia sono ancora troppo pochi coloro che ne hanno visitato almeno uno. Solo chi visita e si informa, anche sommariamente, di come si vive in uno dei Don Vecchi può accertare quanto sia innovativa, umana e conveniente la vita in queste strutture.

Nel passato ho pubblicato un opuscolo con alcuni esempi concreti circa i costi e i vantaggi. Qualche giorno fa, essendomi capitato di conoscere quanto paga un nuovo residente al centro di Carpenedo, m’è parso doveroso far conoscere ai concittadini di come stanno le cose.

Questo signore occupa da solo un alloggio monolocale, di circa 25 metri quadrati che è composto di: angolo cottura, soggiorno, zona notte e bagno. Ebbene il suo “affitto” che comprende costi condominiali, acqua fredda e calda, luce, gas, canone telefonico, canone tv, riscaldamento e tassa rifiuti, tutto compreso è di 161 euro al mese. Con altri 150 euro pranza pure a mezzogiorno: pane, acqua, primo piatto, secondo con contorno, purè, insalata, dessert. Il tutto in un ambiente signorile con spazi enormi interni ed esterni per la vita comune.

Dico tutto questo per far conoscere ai concittadini che i “miracoli” avvengono soprattutto dove si amministra in maniera oculata e saggia.

Rubelli per il Don Vecchi 7

Con questa iniziativa speriamo di ricavare almeno qualche decina di migliaia di euro da destinare al finanziamento del Centro don Vecchi 7 a favore degli anziani di modeste condizioni economiche della nostra città.

Come tutti sanno la Fondazione Carpinetum di solidarietà cristiana, da me fondata, è attualmente gestita dal Consiglio di amministrazione il cui presidente è don Gianni Antoniazzi, parroco di Carpenedo. A tutt’oggi la Fondazione amministra 438 alloggi con 500 residenti. Tali centri sono situati a Carpenedo, Marghera, Campalto e Mestre nella località Arzeroni.

Giacendo presso la segreteria un numero molto elevato di domande inevase, la Fondazione ha deciso di fabbricare, sempre agli Arzeroni, una nuova struttura di 57 alloggi bilocali (cucina e soggiorno – camera da letto – ripostiglio – bagno e terrazzo), alloggi offerti parzialmente arredati con angolo cottura e un grande armadio guardaroba. Attualmente il fabbricato ha già raggiunto il terzo piano e si pensa che questo nuovo centro potrà essere inaugurato verso la tarda primavera del prossimo anno.

Gli anziani che aspirano ad avere un alloggio possono quindi già ritirare il modulo della domanda presso la segreteria della direzione in via dei Trecento campi n. 6 (centralino tel. 041/5353000). Questo settimo centro metterà a disposizione pure una ventina di stanze per persone di altri paesi, ma che lavorano o studiano a Mestre e Venezia.

Il costo previsto di questa nuova struttura è di 3.900.000 euro, parte dei quali sono già disponibili avendo ricevuto la Fondazione alcune eredità di una certa consistenza: proventi da coniugi Milena e Giulio Rocchini, Vittorio Coin, sig. Da Rol, sigg.ri Furlan e sig. Filisdei e dalle sottoscrizioni di azioni di 50 euro delle quali informiamo ogni settimana sull’Incontro e nel sito della Fondazione Carpinetum. Nonostante tutti questi contributi la Fondazione è ancora ben lontana dall’aver raccolto tutta la somma necessaria.

A questo proposito è giunta in questi ultimi giorni, quanto mai gradita, l’offerta della ditta veneziana Rubelli che è, a livello mondiale, una delle più conosciute e prestigiose aziende che produce tessuti di altissima qualità. I titolari di questa ditta sono persone particolarmente amiche di monsignor Valentino Vecchi, sacerdote che consideravano come loro consigliere spirituale: quando sono venuti a conoscenza di questa impresa che sarà pure dedicata alla memoria di monsignor Vecchi, il quale è stato uno dei protagonisti della crescita civile di Mestre del dopo guerra, hanno deciso di mettere a disposizione della Fondazione due furgoni dei loro prestigiosi prodotti tessili per onorare la memoria del loro indimenticabile amico e per concorrere all’opera benefica dei Centri don Vecchi.

Pertanto, per il primo di ottobre sarà allestito nella sala Carpineta al piano terra del Centro don Vecchi di Carpenedo, con ingresso sempre da via dei Trecento campi, uno stand dedicato ai tessuti Rubelli. Questi tessuti saranno messi in offerta dalle ore 15 alle ore 18 tutti i giorni per i cittadini interessati, ma contemporaneamente desiderosi di collaborare alla realizzazione della nuova struttura a favore degli anziani poveri. Un signore, venuto a conoscenza dell’iniziativa, s’è offerto a comprare l’intero stock, ma la Fondazione ha preferito mettere tale merce a disposizione di tutti stabilendo un’offerta minima che ognuno potrà aumentare dato il valore aggiunto di questo materiale così pregiato. L’inaugurazione di questa bella iniziativa benefica avrà luogo alle ore 16 di lunedì 1 ottobre alla presenza dell’avvocato Alessandro Favaretto Rubelli e del presidente della Fondazione Carpinetum don Gianni Antoniazzi.