La difficile gestazione dell’ostello S. Benedetto

Sto vivendo un tormentone circa la realizzazione di quello, che finora, abbiamo chiamato “L’ostello S. Benedetto”, per indicare una struttura d’accoglienza per cittadini extracomunitari che vivono a Mestre.

L’idea era partita dalla constatazione delle condizioni, a dir poco disumane, in cui dormono certe persone giunte dai paesi dell’Europa dell’est o dalle coste dell’Africa settentrionale, per cercare migliori condizioni di vita nel nostro Paese.

Specie gli ultimi arrivati che riescono a passare tra le maglie larghe dei nostri interminabili confini, spesso con l’appoggio di parenti o compaesani che vivono da anni in Italia, portano con se un gruzzoletto di denaro che esauriscono ben presto mentre si danno da fare per trovare un qualsiasi impiego. Quasi sempre risolvono il problema dell’alloggio facendosi accogliere nell’appartamento di un conoscente che offre loro un materasso steso per terra per 5 euro alla notte, dividendo i 70 metri dell’alloggio di fortuna con altri dieci-quindici ospiti.

Entrano a casa tardi e escono presto, specie se l’appartamento è in affitto,perché il padrone e i condomini non lo vengano a sapere.

L’intenzione di offrire un alloggio umano ad un prezzo corrispondente al rimborso spese è certamente valido però dopo un colloquio con il responsabile di una associazione che si occupa da vent’anni di queste cose, ho capito perfino troppo bene che il mio progetto è un’utopia che non regge all’esperienza.

D’altronde impiegare almeno due miliardi di vecchie lire su un progetto certamente traballante e pericoloso, anche per gli stessi beneficiari, sarebbe un azzardo che non mi posso e non mi debbo permettere.

Sto quindi ripiegando sulla linea del Piave, prevedendo una struttura per anziani autosufficienti, sulla scorta dell’esperienza del don Vecchi, con qualche inserimento prudente di qualche extracomunitario in attesa di fare ulteriori esperienze in merito.

Una fede che si realizza nella carità

Una signora mi ha chiesto per telefono un appuntamento per un consiglio; io credo poco ai consigli da parte mia, perché non sono nè saggio nè imbroglione e perciò non posso aiutare il mio prossimo solo con le parole, e da parte di chi li chiede perché, più o meno consciamente, uno domanda ciò che ha già deciso o vorrebbe fare.

Incontrai questa signora di mezza età che non conoscevo, lei fece di tutto per farmi capire che era amica di tante persone che mi conoscevano. Mi trovai di fronte una donna piacevole, intelligente ma, nonostante questo, mi sembrava imbarazzata, tanto che dovetti aiutarla per arrivare al dunque.

Mi raccontò la sua vicenda amara e drammatica e intuii l’angoscia per il domani che lei riteneva ancora lontano ma che io sentivo molto prossimo. Le era crollato addosso il mondo intero, perdendo il benessere economico, il marito che aveva amato e che l’aveva tradita, la sicurezza per il domani!

Qualcuno, giustamente, le deve aver suggerito di venire da me per avere un alloggio che le permettesse di avere almeno un punto fermo nella sua vita in cui tutto sembra franare.

Superata l’istintiva e giusta vergogna, mi confidò di lavorare fortunatamente come commessa, di avere 76 anni (ne dimostrava almeno 30 di meno) e di vivere in una casa pagata dal Comune. Provai infinita tenerezza ed una profonda ebbrezza di poterle promettere un approdo, almeno da un punto di vista abitativo, tranquillo.

Mai, come dopo questa visita inaspettata, sentii nel mio animo la gratificazione per essermi impegnato per una fede che si realizza solamente nella carità.

Far volontariato oggi è un dovere di tutti!

Una volta ancora il dover presentare ai fedeli il brano evangelico, durante l’Eucarestia domenicale, mi ha creato qualche difficoltà.

Settimane fa la pagina del Vangelo trattava della famosissima frase di Gesù: “Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”

Di primo acchito mi sentii imbarazzato di dover parlare di un argomento che mi sembrava ormai logoro e scontato.

Nel passato questa frase evocava i problemi dei rapporti tra lo Stato e la Chiesa, con le relative problematiche, degli sconfinamenti relativi che hanno generato, da una parte il cesaro-papismo e dall’altra il clericalismo.

Il problema non pare ancora definitivamente risolto. Ora si sono cambiati i termini per definire questo problema, tanto che è attualmente sulla bocca di tutti la “distinzione dei ruoli”, affermata da una parte e dall’altra, anche se poi si sconfina trattando “i ruoli” come elastici che si allungano o si accorciano a seconda del proprio interesse.

Nell’oratoria religiosa si indugia ancora sul dovere di “pagare le tasse” come se i doveri nei riguardi della comunità civile, in cui si vive, si riducessero al dovere di lavorare più di sei mesi all’anno in maniera che il governo possa sperperare senza eccessiva preoccupazione!

Nella mia riflessione mi è parso invece di capire che la “parte di Cesare” consiste soprattutto nel dovere di interessarsi della cosa pubblica, di partecipare attivamente, di reagire uscendo allo scoperto da un lato e dall’altro di mettersi a disposizione mediante il volontariato per supplire, per aprire soluzioni nuove, per tappare i vuoti che l’organizzazione pubblica non riuscirà mai a tamponare.

Sono arrivato a concludere che far volontariato non è una vocazione di pochi, ma un dovere di tutti, perché il Cesare di Roma è sempre lontano, distratto ed incapace di avere attenzione per i drammi spiccioli dei suoi sudditi!

Un bellissimo esempio di solidarietà!

Talvolta capita che un fotografo faccia un’istantanea, senza studiare troppo la luce o la posizione delle persone da ritrarre e gli risulti una foto viva, armoniosa, capace di forti emozioni.

Così è capitato anche a me una mattina al don Vecchi.

Incontrai nella hall del Centro una giovane donna; sembrava una ragazzina, un bel volto armonioso, una voce calda e due occhi luminosi; stava arrabattandosi con due marmocchietti che sgusciavano da tutte le parti. La sala grande, i divani, gli anziani che andavano e venivano li eccitava e la mamma faceva una gran fatica a tenerli a “guinzaglio”.

Appena mi vide, mi salutò come se fossimo due vecchi amici; Dio solo lo sa dove l’ho incontrata e come mi conoscesse. Senza tanti preamboli, mi chiese se potevo indicarle due anziani bisognosi perché, quando sarebbe andata a fare la spesa per la sua famiglia, desiderava farla anche almeno per due di loro, poi gliela avrebbe portata a casa per abituare i suoi piccoli (avranno avuto tre e cinque anni) fin dall’infanzia a pensare anche a chi è meno fortunato di loro. Chissà chi ha cresciuto questa giovane donna (appariva perfino più giovane di quanto credo lo fosse) a questo senso di solidarietà? Se ne andò dicendomi che si sarebbe fatta viva dopo il periodo delle vacanze.

Mi ritelefonò trovandomi impreparato perché avevo rimandato per imbarazzo la scelta; tanti sono gli anziani al don Vecchi con la pensione minima! Le ritelefonai dandogli due nominativi di due anziane; gli sarebbe piaciuto anche un uomo, ma al don Vecchi gli uomini sono in assoluta minoranza.

Questa è la prima adozione! Speriamo che l’esempio trascini!

lo ora però mi sento pure beneficato perché conservo nel cuore questa bellissima istantanea!

Fare queste esperienze, conservare queste belle immagini è una vera ricchezza anche per un vecchio prete!

Oltre il don Vecchi

Ho visitato, su sua richiesta, un’anziana signora, che a livello di linguaggio tecnico appartiene alla quarta età, vive sola perché vedova da alcuni anni di un valente e stimato pedagogo mestrino. La mia interlocutrice possiede una mente lucidissima, un parlare sciolto, informato, una buona conoscenza dei sacerdoti e delle comunità parrocchiali di Mestre e soprattutto è credente e coerentemente praticante.

Vive sola, con una governante straniera in una casa non di lusso, ma grande, bene arredata e situata in una zona centrale di Mestre. Il suo problema? La solitudine e la preoccupazione per il domani incombente, dato che ormai ha messo piede nella quarta età! Qualcuno le ha fatto il mio nome e le ha suggerito di parlarmi e di chiedermi un consiglio e possibilmente un aiuto.

Un tempo le persone che si trovavano in queste condizioni facevano un vitalizio con una casa di riposo per garantirsi una sicurezza ed una protezione nel tempo difficile della vecchiaia.

Ora nessuna persona autosufficiente accetta la soluzione della casa di riposo, soluzione ottocentesca superata perché mortifica la persona e non garantisce minimamente una vita autonoma, in cui uno possa scegliere e vivere da persona. Ho capito subito che questa signora praticamente era disponibile a destinare tutti i suoi averi purché la nostra fondazione le garantisse un alloggio ed una assistenza adeguata. La cosa potrebbe essere anche appetibile purché la fondazione sia in grado di creare pian piano una rete di strutture rispondenti alle varie attese di un mondo che sarà sempre variegato.

L’attuale don Vecchi è certamente una valida, forse la più valida, risposta agli anziani autosufficienti di condizione povera, dovremo però creare una struttura migliore per chi è abituato ad un regime di vita superiore e soprattutto dovremo avere una risposta degna per i non più autosufficienti. Tutto questo potrà essere un programma ed un progetto per chi oggi è ancora adolescente!

Nuovi e diversi tipi di povertà

Ormai da quasi un ventennio ho compreso appieno il discorso portato avanti da eminenti sociologi circa la vecchia e la nuova povertà; le povertà elementari e condivise, quali la carenza di mezzi di sussistenza, a quelle nuove e più complesse, quali la solitudine, la mancanza di valori, ecc.

Il discorso era rimasto, per me, solamente a livello teorico, ben altra cosa è però trovarsi di fronte e fare esperienze di questa seconda situazione.

lo, nel passato, avevo fatto la scelta di occuparmi delle povertà primordiali, quelle storiche, ormai fatte proprie dalla cultura corrente, perché le seconde non mi sembravano così gravi, così urgenti, ma tutto sommato un po’ artificiali e sofisticate.

Da queste scelte è nata l’attenzione e la ricerca, a livello abitativo, di dare risposta agli anziani poveri economicamente e ciò mi ha portato al don Vecchi, che tutto sommato, mi pare oggi una soluzione adeguata e rispondente ai tempi. Ora però tocco sempre più con mano che ci sono in città anziani, che possiamo chiamare benestanti, che vivono, pur dentro a questa città così convulsa ed affollata, il dramma amaro della solitudine, della precarietà esistenziale e della paura del domani. Per costoro, abituati però ed un certo livello di vita economico e culturale “la soluzione don Vecchi” non è appetibile, né idonea.

Bisognerebbe quindi pensare ad una formula di un livello superiore come struttura e come servizi e forse così queste persone potrebbero avere una risposta che li appaga e nel contempo essi potrebbero destinare i loro beni perché in città si moltiplichino queste strutture di valenza sociale.

Per me è tardi pensare alla soluzione di problemi del genere, ma parlarne e rifletterci matura una cultura dalla quale poi nascono soluzioni coerenti.

La “guerra degli spazi”

Qualche giorno fa sono sceso, come faccio ogni giorno, nell’interrato del don Vecchi per gratificare i cento volontari che impegnano il pomeriggio a servizio della gente che ha bisogno di vestiti, coperte e mobili per gli appartamenti che faticosamente riescono ad affittare.

La visita non ha il solo scopo di far sentire a chi serve con umiltà e generosità la povera gente che il capo conosce ed approva, ma anche per fare da interposizione tra i contendenti nella “guerra degli spazi”.

Ogni gruppo rivendica, costantemente con passione, il bisogno di più spazio per svolgere al meglio il proprio servizio, perciò come presidente della fondazione e dell’associazione di volontariato sono chiamato a fare da paciere e da controllore perché non si invadano i territori altrui.

Proprio in una delle ultime mie visite notai come certi spazi siano quasi sprecati perché costituiti da sgabuzzini angusti. Mentre mi stavo chiedendo come mai l’interrato è stato strutturato in quel modo, mi venne in mente che l’artefice sono stato proprio io, perché avevo lungamente sognato di fare di quella parte di interrato una trentina di stanze per lavoratori extracomunitari.

Il progetto andò a vuoto perché, l’assessore Zordan, nonostante tutta la buona volontà, stante le leggi vigenti, non poteva darmi questo permesso. Da questo fallimento nacque il progetto alternativo dell’ostello San Benedetto di Campalto.

Quanto ringraziai il Signore per avermi impedito, tramite la burocrazia del Comune, di realizzare l’incauta soluzione sognata! Ora capisco che avrei costruito una polveriera sotto gli alloggi del don Vecchi e il Signore, più cauto e lungimirante del suo vecchio e sprovveduto ministro, pensò bene di impedirmelo.

Prima di tornare al piano nobile, non solo ho ringraziato il buon Dio di avermi messo i pali tra le ruote, ma ho pure fatto il proposito di fidarmi di più e sempre della Provvidenza, che talvolta si avvale perfino della burocrazia, per impedire la sventatezza di qualcuno dei suoi ministri meno avveduti e prudenti.

A proposito dell’assistenza religiosa all’ospedale dell’Angelo

In questi ultimi giorni mi è capitato di riflettere più di frequente ed in maniera più profonda sul problema dell’assistenza religiosa nel nostro nuovo e splendido ospedale. Dapprima è prevalsa in me l’amarezza e la delusione che i due o trecento preti della diocesi di Venezia non facciano uno sforzo ulteriore per trovar modo di farsi carico anche di questa esigenza.

Penso che i preti del Patriarcato siano impegnati, ma non ritengo neanche che siano dei martiri del loro servizio! Poi pian piano mi è parso che si stia delineando il progetto alternativo del Signore, il quale non si scoraggia, né si avvilisce per la mancanza di una ulteriore generosità dei suoi ministri, ma anche in questo settore ci faccia intravedere la nuova soluzione che intende adottare. Mi pare anche che sia una soluzione innovativa, bella ed intelligente come sono tutti i progetti del Signore.

Nel passato più volte ho pensato e scritto che la crisi delle vocazioni non sarà quella che metterà in ginocchio la chiesa perché lo spirito di Dio ha una tale capacità inventiva per cui in ogni tempo, prima già che si esaurisca un progetto, mette all’orizzonte quello che lo dovrà sostituirlo e che è sempre maggiore e più adatto del precedente.

E’ ben vero che nell’ospedale all’Angelo non ci sono più i tre o quattro preti a disposizione degli ammalati come c’erano nel passato. Però è pur vero che oggi ci sono a disposizione alcuni diaconi, una suora, degli accoliti e tanti volontari che credono nella solidarietà, che ogni giorno sono a servizio degli ammalati ed offrono soprattutto una testimonianza di carità, di spirito di servizio e di fede. Quando entra nell’ospedale l’amore e la fraternità autentica, entra Cristo e quindi la salvezza.

Il Signore che pare sia uscito da una uscita secondaria è già entrato per quella principale!

Suor Laura Piazzesi

Ho ricevuto una cara visita. Accompagnata dalla sorella Francesca è venuta a trovarmi, al don Vecchi, suor Laura Piazzesi, missionaria ormai da decenni nelle Filippine.

Suor Laura è un personaggio di spessore tra le suore Canossiane; infatti ne è stata economo generale per molti anni.

Entrata in convento fin da ragazza, pronunciò i voti religiosi, moltissimi anni fa. Suor Laura è nata a Venezia, sorella di un mio compagno di scuola, si è trasferita da adulta a Mestre e a motivo dei rapporti che avevo con il mondo delle maestre, in qualità di assistente dell’associazione maestri cattolici, nella quale lavoravano due o tre sorelle di Laura, riallacciai i rapporti con questa cara e numerosa famiglia e poi da parroco di Carpenedo stabilimmo una testata di ponte a livello missionario col paese in cui lavorava da missionaria la nostra suora.

Dicevo che suor Laura non è una suoretta incolore e da convento, ma una vera manager che ha raccolto fondi in Germania, in Italia e ha aperto strutture a livello assistenziale in mezzo mondo.

Avevo incontrato più volte nel passato questa missionaria sempre ricca di sogni, di progetti, ma soprattutto di calda umanità e di grande spirito apostolico.

Mi è apparsa ora un po’ stanca, si appoggia ad un bastone da passeggio ed ha perso un po’ della sua grinta. Ho avuto la sensazione che ora non sia più la protagonista di un tempo, ma sia arrivata quasi alla soglia della casa di riposo.

Il volto è rimasto dolce, la voce calda e gli occhi vivi, ancora innamorata della sua scelta e della sua missione, però mi è parso di notare un pizzico di nostalgia e due di impotenza di fronte alla complessità della vita e la sua ormai evidente fragilità. Le chiesi se sarebbe rimpatriata e mi rispose con impeto: “Oh no!” era evidente la sua volontà di spendere anche gli ultimi rimasugli della sua vita per quella gente lontana che tanto ama!

Bella creatura davvero!

“Là c’è la Provvidenza!”

Alessandro Manzoni ha messo in bocca al povero e spaesato Renzo Tramaglino la battuta che ha fatto tanta fortuna e che spesso rasserena pure me, tanto che spesso, quando mi sento frastornato e travolto dalle istanze della vita, esclamo “Là c’è la Provvidenza!” e sempre in qualche modo si apre uno spiraglio di speranza e di soluzione.

L’ultima volta che si è accesa questa lampada rasserenante è stato qualche giorno fa quando alle otto di sera suonarono alla porta del mio quartierino, Lino, il responsabile del don Vecchi Marghera, assieme a Stefano, il suo fedele scudiero, tecnico della ristorazione.

Dapprima ebbi un tremito di preoccupazione “Cosa sarà successo?” poi invece l’atmosfera si rasserenò di colpo quando mi dissero: “Abbiamo ottanta polli allo spiedo da metterle a disposizione”.

Nello stabilimento che ha assorbito la Rex, la Zanussi ed aziende del genere, stanno mettendo a punto un programma per cuocere polli allo spiedo e Stefano ci ha portato, per il Seniorestaurant, i polli sui quali stavano facendo esprimenti di cottura.

I commensali hanno gradito quanto mai i polli fuoriprogramma, mentre io ho gradito di più ancora l’intervento quanto mai propizio della Provvidenza! Il giorno dopo Rocco è andato all’INS per acquistare un quintale di pasta perché il nostro “Banco alimentare” era sfornito, se non che una signora ha accompagnato con un bigliettino bianco “il suo pensierino” con 60 chili di zucchero, 60 di riso e 80 vasi di pelati, non potei non esclamare “Là c’è la Provvidenza!”

Pochi giorni fa Luigi, il responsabile dell’operazione “Alzati e cammina” mi ha riferito che erano giunte una quarantina di carrozzine e di comode per infermi, strumenti dei quali da giorni eravamo sprovvisti.

Assieme abbiamo esclamato “Là c’è la Provvidenza” tanto che questa esclamazione sta diventando “un altro pro nobis” delle litanie della Madonna!

Ritratto di una bella signora

I miei rapporti con la stampa sono veramente positivi, nell’ambiente della carta stampata conto tanti amici ed ogni volta che ho bisogno di un piacere essi si fanno in quattro per darmi una mano.

Di questo sono loro molto riconoscente e più volte, a voce e per iscritto ho manifestato la mia gratitudine. Però ho capito da un pezzo quello che posso chiedere a quello che sarebbe inutile chiedere perché non sono in grado di accontentarmi. I giornali, specie i quotidiani, hanno bisogno di notizie e quanto più sono fuori norma, dallo scontato, tanto più sono appetibili.

Il giornale ha bisogno di interessare il lettore e di farsi leggere incuriosen- dolo con notizie che stupiscono e che diano la sensazione di un qualcosa di interessante e sorprendente.

Soltanto nel romanzo lo scrittore può lasciarsi andare a descrizioni da acquerello, ricche di lirismo e di poesia, ma per queste cose ci vuole vero talento; per dire invece cose abbastanza scontate, ma dando al lettore la sensazione di scoprire nella normalità qualcosa di interessante ci vuole ancor più talento.

Io credo però di non avere questo talento, pur tuttavia tento di tracciare un breve profilo di una signora di mezza età che conosco da anni e che merita di essere conosciuta.

Ella continua a sgobbare ai magazzini dei poveri di santa ragione, chiacchierando continuamente, con frizzi, battute affettuose, rimbrotti apparenti, incitamenti e autocommiserazioni. E’ difficile inquadrare con parole banali questa creatura, che non ha nulla di particolare nè a livello estetico nè a quello razionale, da sottolineare con pennellate di colore che ne tracciano il volto, la sensibilità e il cuore, ma il lavoro generoso, la parlata pulita e cordiale di Giuliana ne fanno un numero caro ed interessante di donna tanto da sentire il desiderio di ringraziare il Signore di farcela incontrare tanto spesso là nello scantinato dei magazzini S. Martino nei quali ogni giorno dona il meglio di sè e rasserena l’animo di tutti.

Gli amici della carta stampata e del piccolo schermo

Le mie vicende o le mie povere vicende le conoscono un po’ tutti. La cosa, lo confesso, mi fa piacere.

Non passa giorno non passa incontro che qualcuno mi chieda: “ come va il don Vecchi Marghera?” “si fa, don Armando la nuova chiesa del cimitero?” “Hanno già cominciato il Samaritano, la casa per i familiari degli ammalati dell’Ospedale?” “Allora si fa o non si fa l’ostello San Benedetto, per ospitare i lavoratori che vengono dal sud, dalle coste africane, o dai paesi dell’est d’Europa?” Per non parlare poi de “L’Incontro” dei Magazzini San Martino e San Giuseppe, dei supporti per gli infortunati o del Banco alimentare!

Sono felice che la città sia coinvolta nelle opere della solidarietà, vi partecipi almeno con la curiosità, senta che sono problemi di tutti e sia un po’ orgogliosa che questa nostra Mestre, che negli ultimi decenni s’è un po’ impigrita ed è diventata sonnolenta, desideri almeno, di brillare per una solidarietà che deve coinvolgere tutti.

Da sempre sono convinto che se non matura una cultura diffusa, ben difficilmente, emerge l’uomo o il gruppo sociale che tenti di produrre a livello operativo le risposte ai bisogni e alle nuove esigenze della collettività. In tutto questo mi da una buona mano L’Incontro, che anche durante le ferie viaggiava a quota quattromila copie settimanali.

Ma sono pur riconoscente e felice delle spintarelle, e talvolta delle spallate che mi danno “Il Gazzettino” “La Nuova Venezia”, “Gente Veneta” il “Corriere del Veneto” e Rai Tre!

Tutta questa buona gente che costruisce l’opinione pubblica non mi tiene tanto sulla cresta dell’onda, ma soprattutto mantiene viva la memoria, l’urgenza e la necessità delle cause a cui ritengo utile dedicare le mie residue energie. Gli amici della carta stampata e del piccolo schermo sono veramente cari e preziosi amici del bene e della solidarietà.

Anche la rappresentanza ha un suo ruolo!

Molti anni fa, presso Piazza Ferretto, si era aperto un “Centro Benessere” per gente stanca, stressata, fuori peso, e comunque desiderosa di migliorare la propria immagine e la propria prestanza fisica. Venne in canonica una inviata di questo Centro per chiederci una mano a reclamizzare questa iniziativa, che, a parer loro, aveva anche una valenza spirituale perché dicevano che se la gente si sente bene, è anche più propensa a pensieri e rapporti più positivi.

L’aspetto particolare che mi colpì fu la ragazza che ci portò di questa pubblicità: era una giovane veramente meravigliosa; sprizzava armonia, freschezza, entusiasmo e bellezza da ogni poro. Tanto che mi venne spontaneo pensare che quel centro benessere fosse veramente una sorgente di efficienza e di vita piena di fascino. Io non andai al Centro benessere, e non so proprio come andò a finire, comunque compresi l’importanza di presentare bene qualsiasi iniziativa.

Qualche giorno fa ebbi pressappoco la stessa impressione su un argomento ben diverso, ma che mi richiamò il vecchio ricordo. Vengo al fatto. Recentemente ho dedicato un certo numero de “L’Incontro” alla Comunità di Sant’Egidio, realtà che conoscevo poco, ma pensavo meritasse di essere presentata fra i movimenti di ispirazione cristiana, ora presenti nella nostra società.

“L’Incontro” è importante, ma comunque nasce e muore a Mestre! Qualche giorno dopo l’uscita del periodico, mi telefonò una voce giovanile che disse avrebbe avuto piacere incontrarmi in merito alla Comunità di S. Egidio, e con mia grande sorpresa, disse essere presente anche a Mestre, ove svolge la sua attività di formazione cristiana ad Altobello e di solidarietà alla stazione distribuendo panini e aprendo un dialogo fraterno con quella settantina di anime morte, che passano la notte nei paraggi della stazione.

Ricevetti la delegazione formata da un giovane ingegnere, piuttosto parco di parole, ed una simpaticissima ragazza, che parlava, invece, in maniera quanto mai fl uida e convincente, con una voce calda, degli occhi espressivi e luminosi, ed un sorriso accattivante.

L’incontro fu certamente positivo e piacevole; ho conosciuto meglio la vita e l’attività della Comunità, nata a Roma, ma presente con una settantina di aderenti anche a Padova, ma soprattutto ho pensato che se i nostri giovani e le nostre ragazze avessero modo di incontrare queste creature, finirebbero pure per pensare che la Comunità di S. Egidio sia veramente una bella cosa e sia quanto mai opportuno aderirvi!

Anche la rappresentanza ha un suo ruolo!

“misericordia io voglio e non sacrifici”

Sono quanto mai d’accordo che non si può spigolare nel Vangelo e cogliere i pensieri che maggiormente coincidono con le convinzioni e la visione della vita che ognuno ha. Il Vangelo va preso “in toto” anche quando si incontrano dei passaggi non graditi, che fai fatica ad accettare. Comunque non credo sia ingiusto e peccaminoso vibrare particolarmente di gioia quando incontri delle affermazioni che coincidono esattamente al tuo modo di pensare.

Qualche domenica fa, nella parte finale della pagina del Vangelo che la Chiesa ci ha offerto per la meditazione,c’era una frase famosa e forte di Gesù – ma quando mai le affermazione di Cristo non sono valide e forti? – “misericordia io voglio e non sacrifici”.

Mi ripromettevo di soffermarmi particolarmente su questa frase che costituisce uno dei punti di forza nella proposta cristiana, e credo, oggi, sia giusto offrire ai credenti, perché la traducano in maniera esistenziale per gente del nostro tempo, che credo avverta quanto mai l’esigenza di un cristianesimo incarnato nelle problematiche di oggi. La società contemporanea potrà anche affermare di fronte ad una cerimonia condotta da una valente regia: “Che bel rito!”, ma nulla più; rimane nell’animo solamente una sensazione.

L’esigenza più forte, oggi, mi sembra sia quella di una fede che diventa “misericordia”, partecipazione al dramma di chi soffre, intervento coraggioso e generoso verso chi è in difficoltà.

Speravo di battere tanto su questo chiodo, sul quale pochi preti si impegnano, sennonché, quattro gocce, di una nuvola dispettosa di passaggio, ha scompaginato la mia assemblea che partecipava all’Eucaristia tra le tombe, accanto ai grandi cipressi del Camposanto, ed io dovetti fermarmi all’annunciazione solamente del testo evangelico.

La lunga strada verso l’ostello

In queste ultime settimane abbiamo “grattato il fondo della pentola” della Fondazione, dell’Associazione “Carpenedo solidale” e di qualche altro per raccogliere gli ultimi spiccioli, al fine di acquistare la vecchia locanda di Campalto che, fino a qualche anno fa, aveva ospitato la comunità di tossicodipendenti guidata da Don Franco De Pieri.

Sognavo di fare di questa struttura, che porta i segni consistenti del degrado per l’abbandono, ma soprattutto del passaggio di ospiti che non hanno buoni rapporti col rispetto delle cose e del vivere civile, un alloggio civile perché la gente che viene da lontano e che si sobbarca nei lavori più umili ricevendo i compensi più bassi, possa trovare un letto, delle lenzuola pulite e stanze accoglienti dopo giornate di duro lavoro.

La pentola ripulita non si riempirà tanto presto, ed è soprattutto la motivazione che sorregge il nostro sogno, pare non trovi purtroppo un largo consenso tra la nostra gente. Prova ne sia la ribellione dai toni meridionali della Cipressina per un precedente tentativo e la telefonata ironica di una signora che aveva appena letto il “Gazzettino” con questa notizia. Purtroppo a Mestre alligna più razzismo di quanto non si possa immaginare! Stando così le cose non c’è molto da sperare.

Sennonché, se Dio è dalla nostra parte, non ci sarà da preoccuparsi dei sentimenti e pregiudizi della gente. Tutto lascia sperare che le cose stiano proprio cosi. Una vecchia amica si è offerta di vendere un suo garage e di darmene il ricavato.
La Carive si è posta il problema di pensare al sociale e si è ricordata di questo vecchio prete! Se sono rose fioriranno. Mi auguro proprio di essere sulla traiettoria del buon Dio, in fondo non tento altro che di aiutare i suoi figli che Egli più ama.