Una “collisione” evitata

In questi giorni ho temuto di entrare in collisione con la San Vincenzo, movimento in cui ho militato per alcuni decenni e da cui non mi sono mai idealmente staccato.

In genere quando mi pare di aver terminato un’esperienza, volto pagina, non perché rifiuto o rinneghi il passato, ma solamente perché l’esperienza successiva che sposo, mi assorbe totalmente per cui non mi pare di aver più tempo per quella che ho lasciato.

Così è avvenuto per la San Vincenzo.

Una quindicina di anni fa mi è parso di non riuscire più a dare quel contributo che ritenevo doveroso, per cui ho lasciato, dedicandomi più liberamente sempre alla carità, però seguendo il mio intuito, le mie esigenze interiori, perseguendo obiettivi che io ritenevo più impellenti e più bisognosi di persone che vi dedicassero attenzione ed impegno.

Con questo ho seguito, sempre discretamente a da lontano, il servizio che questo movimento continua ad offrire alle frange più indifese della nostra popolazione.

La San Vincenzo da qualche anno è entrata in ospedale con un centinaio di volontari per svolgere un’opera di supporto e di testimonianza cristiana.

Per una serie di circostanze e di carenze di assistenza religiosa anch’io, seppur vecchio, sono rientrato in servizio attivo in qualità di richiamato.

Una delle prime urgenze che ho avvertito fu quella della comunicazione e della formazione religiosa e senza pensarci troppo ho, per la seconda volta, dato vita ad un foglio settimanale, essendomi stato erroneamente detto che, il primo a cui avevo pensato tanti anni fa “Il coraggio” è stato chiuso.

Le cose non stanno così, il foglio precedente era solamente “dormiente”.

Chiarito l’equivoco, troveremo certamente modo di arricchire l’iniziativa in maniera tale che la presenza e la testimonianza cristiana sia più viva ed efficace all’interno dell’Angelo.

L’Angelo, il settimanale

La pazienza non è mai stata il mio forte, in realtà non mi sono mai neanche tanto spinto a perseguire questa virtù! Le cosiddette virtù hanno quasi sempre due facce come le medaglie.

Una volta mi è capitato di leggere che spesso l’ignavia pretende di potersi chiamare col nome di prudenza, ma che in realtà rimane sempre e solamente ignavia!

Non so se sia perché sono istintivamente uno che sente l’urgente bisogno di fare subito e presto quello che ritiene giusto fare o perché sia totalmente sprovvisto della virtù morale della pazienza, sta di fatto che, una volta preso coscienza che nel nuovo ospedale non ci sono più preti e che al capezzale degli ammalati è piuttosto esiguo il numero di persone che portano il messaggio evangelico e che chi lo fa forse non ha una preparazione ed una grossa esperienza per farlo, è’ nata nel mio animo l’idea di mandare un messaggio cristiano ed offrire l’opportunità di riscoprire le preghiere dell’infanzia, mediante un foglio settimanale.

Ho tentato le vie canoniche chiedendo al monsignore incaricato dalla Curia di realizzare, assieme ad altre, questa proposta. Mi ha suggerito di aspettare l’evolversi della situazione; constatando però che dieci mesi fa, la situazione era tale e quale quella di oggi, anzi forse migliore e considerato che a questo mondo ognuno gode della libertà di fare ciò che è lecito e buono, ho riflettuto sulla linea pastorale di dare al foglio, ho scelto una strada percorribile legalmente, ho chiesto i debiti permessi all’interno dell’ospe-dale, ai responsabili competenti, ho chiesto aiuto ai collaboratori de “L’incontro”, con la stampa e ad un gruppetto di persone che operano all’interno dell’ospedale di provvedere alla distribuzione.

Dopo un mese e mezzo dalla decisione sono usciti regolarmente sei numeri, si è raggiunta la tiratura di 500 copie settimanali ed ora puntiamo al 1000.

Debbo concludere che la scelta della virtù della fretta è stata più vantaggiosa di quella della pazienza forse per questo l’Angelo già vola e parla!

Con un filo si può recuperare uno spago, con uno spago si può acquisire una fune…

Da un po’ di tempo, in attesa di una soluzione adeguata, sto celebrando messa nella cappella del nuovo ospedale.

Confesso che sono affascinato dal nuovo ospedale, è semplicemente splendido!

Sento molte critiche, ogni giorno “Il Gazzettino” riporta un problema sempre nuovo, comunque, per me, il nuovo ospedale dell’Angelo rimane splendido!

Pure la cappella è bella: raccolta, posta in un sito opportuno, in cui il raccoglimento si coniuga con il verde, il silenzio e la facile accessibilità per tutti. Ora però manca un prete che la faccia vivere, vibrare, che dia voce a Cristo! Per ora tento di farlo io, seppur vecchio ed impegnato sull’altro versante della vita, ossia in quello del cimitero. Qualche domenica fa ho celebrato e la chiesetta si è pian piano riempita e a detta della suora della cappella dell’ospedale, non si era mai vista tanta gente così. Ho celebrato volentieri, ho riflettuto a voce alta sulla parabola del grano e della parabola che come ogni brano del Vangelo, offriva motivi di riflessione attualissimi e validi.

A fine messa mi ha raggiunto in sagrestia una signora la quale, forse incoraggiata dalle mie aperture fiduciose sull’uomo, mi ha posto il problema del nipotino non battezzato. Le solite storie! Il genero che si dichiara ateo, la figlia, praticante fino alla vigilia del matrimonio segue pedissequa il marito, che fare per il nipotino? La mia risposta è stata pronta, senza perplessità: “è opportuno battezzarlo, checché ne dicano gli specialisti in chiacchiere religiose” .

Col papà non è difficile ottenere un consenso. Forse è lui il primo che desidera che lo si “costringa” a battezzare il figlio; l’ateismo nostrano è sempre epidermico! Secondo non bisogna mai tagliare i ponti; con un filo si può recuperare uno spago, con uno spago si può acquisire una fune. Terzo, il sacramento, ossia la grazia, ha una sua vitalità che agisce indipendentemente da ogni realtà.

Di certo bisognerà superare le resistenze del parroco, aggirando “i percorsi di guerra” della preparazione, ma soprattutto ci vorrà una parrocchia viva in cui il bimbo, l’adolescente e il giovane di domani, incontri un cristianesimo non lagnoso ma splendido.

A proposito dell’assistenza religiosa all’ospedale dell’Angelo

In questi ultimi giorni mi è capitato di riflettere più di frequente ed in maniera più profonda sul problema dell’assistenza religiosa nel nostro nuovo e splendido ospedale. Dapprima è prevalsa in me l’amarezza e la delusione che i due o trecento preti della diocesi di Venezia non facciano uno sforzo ulteriore per trovar modo di farsi carico anche di questa esigenza.

Penso che i preti del Patriarcato siano impegnati, ma non ritengo neanche che siano dei martiri del loro servizio! Poi pian piano mi è parso che si stia delineando il progetto alternativo del Signore, il quale non si scoraggia, né si avvilisce per la mancanza di una ulteriore generosità dei suoi ministri, ma anche in questo settore ci faccia intravedere la nuova soluzione che intende adottare. Mi pare anche che sia una soluzione innovativa, bella ed intelligente come sono tutti i progetti del Signore.

Nel passato più volte ho pensato e scritto che la crisi delle vocazioni non sarà quella che metterà in ginocchio la chiesa perché lo spirito di Dio ha una tale capacità inventiva per cui in ogni tempo, prima già che si esaurisca un progetto, mette all’orizzonte quello che lo dovrà sostituirlo e che è sempre maggiore e più adatto del precedente.

E’ ben vero che nell’ospedale all’Angelo non ci sono più i tre o quattro preti a disposizione degli ammalati come c’erano nel passato. Però è pur vero che oggi ci sono a disposizione alcuni diaconi, una suora, degli accoliti e tanti volontari che credono nella solidarietà, che ogni giorno sono a servizio degli ammalati ed offrono soprattutto una testimonianza di carità, di spirito di servizio e di fede. Quando entra nell’ospedale l’amore e la fraternità autentica, entra Cristo e quindi la salvezza.

Il Signore che pare sia uscito da una uscita secondaria è già entrato per quella principale!

A ottant’anni sacerdote all’ospedale dell’Angelo

Nota: questo articolo è stato scritto da don Armando alcuni mesi fa, non appena assumto il nuovo impegno presso l’ospedale dell’Angelo a Mestre.

Ringrazio il Signore e lo scoutismo di avermi donato il senso dell’avventura. E’ bello e provvidenziale che ragazzi, adolescenti e giovani sognino ad occhi aperti, ma è veramente straordinario che un prete ottantenne, che ne ha passati di tutti i colori, continui a sognare mentre ha già i piedi sul ciglio della tomba! E’ cominciata così: ad ottobre 2007 mi è stato chiesto di dare una mano in ospedale per supplire, i padri Camilliani, che se ne erano andati. Mi stancai, ma comunque sono venuto a conoscenza di un settore in cui la presenza di un prete può fare immensamente del bene.

La questione pareva che si fosse risolta con la solita toppa, se non che una volta ancora si è avverato l’ammonimento evangelico dall’inutilità di “toppe nuove su vestiti vecchi!” In verità in ospedale è capitato esattamente il rovescio, perché si è messo infatti una toppa vecchia su un vestito nuovo, il frate cappuccino se n’è andato.

Amici cari, che forse non sanno che ho ottanta anni, mi hanno telefonato esortandomi a ritornare.

Nostalgia, rimorso o forse spirito di avventura mi hanno “costretto” a telefonare al responsabile ufficiale mons. Pistolato, mio vecchio cappellano a Carpenedo, a cui dissi che avrei tentato di fare qualcosa.

Per ora celebrerò alla domenica e forse un altro paio di giorni alla settimana, rendendomi disponibile per confessioni ed unzioni in occasione di queste celebrazioni.

Mi impegnerò a fare della cappella un “faro” ed un “rifugio” per chi cerca ristoro e conforto e darò vita ad un settimanale per la preghiera e la riflessione di chi la malattia costringe a fermarsi, a riflettere e a prendere coscienza della propria fragilità e di aver bisogno di Dio.

Comincerò subito, perché nè gli ammalati nè io abbiamo tempo da perdere!

Una salvezza globale

Nella Bibbia, con linguaggio semplice, popolare e alla portata di tutti, si narra la creazione del mondo in sette giorni, anzi in sei, perché è scritto che il settimo giorno Dio si riposò.

Si tratta evidentemente di un linguaggio e di un racconto immaginifico per affermare la verità di fondo che la creazione è opera di Dio. C’è un passaggio, che costituisce quasi la firma sull’opera compiuta ogni giorno: “Iddio vide ch’era cosa buona!”, per affermare che nulla nella creazione è sostanzialmente negativo, ma che ogni realtà adoperata nel modo e nel tempo giusto ha una sua funzione positiva, diventa un tassello importante nel grande mosaico della creazione.

Qualche giorno fa feci una interessante scoperta, oh si tratta dell’uovo di Colombo! Ossia che anche la tanto vituperata “globalizzazione” che per taluni è la causa di tanti guai e per alcuni altri il motivo di infinite difficoltà, ha invece una funzione positiva, se adoperata come Dio comanda! Ossia diventa un elemento per creare giustizia e solidarietà universale che si riversa poi nel bene di ogni individuo.

L’altra mattina mi lasciai andare a questi pensieri in occasione di un brano del Vangelo, e ne divenne la sua chiave di lettura, così che mi aprì una comprensione profonda ed affascinante di quel brano.

Si trattava del paralitico posto davanti a Gesù perché lo guarisse. Gesù gli dice invece: “ti sono rimessi i tuoi peccati”, poi finì anche per mandarlo a casa guarito.

Compresi, per l’illuminazione di un raggio interiore, che Gesù è venuto a portare non una salvezza parziale riguardante l’anima, ma a salvare tutto l’uomo: il corpo, il sentimento, la moralità, la sua armonia, la sua vita familiare e sociale, quella economica e quella psicologica. In una parola il messaggio e la proposta di Cristo è globale, è tesa alla salvezza globale.

Questa “scoperta” mi fece enormemente felice. Un cristianesimo che investe, recupera, riordina e salva tutto l’uomo mi pare infinitamente più alto e nobile di una religione che riguardi solamente l’aldilà o i nostri rapporti con i comandamenti. Gesù è venuto perché l’uomo viva in pienezza a livello psicologico, fisico, morale, economico, politico e sociale, dei sentimenti della poesia e dell’amore.

In una parola Cristo ci offre una salvezza globale, per cui vale proprio la pena di accettarlo e di metterlo in pratica.

Lo scrupolo

Ora non faccio quasi più “il mestiere” del confessore, un po’ perché vivo in un modo di vecchi che son convinti, quasi con rammarico di non poter più peccare, ed un po’ perchè ormai la confessione fa parte del museo dei vecchi mestieri ora non più praticati.

Un tempo quando confessavo e molto, ogni tanto m’imbattevo in qualche penitente scrupoloso.

Era una pena, perché lo scrupoloso non trova mai pace, sempre convinto di non aver detto tutto, o di non aver detto bene.

Io credo di non aver mai sofferto di scrupoli, anzi talvolta mi pare d’essere di manica larga, forse troppo larga con me stesso.

Ultimamente però ho uno scrupolo che mi perseguita e che mi toglie pace, nonostante sia più che in regola con i canoni della chiesa, mi pare d’aver abbandonato troppo presto la vita attiva a livello pastorale, e anche se ho accettato il fatto della pensione, mi viene da temere che anche nella condizione in cui mi trovo potrei fare di più o di diverso di quello di cui sto occupandomi.

Mi ero offerto senza ricevere risposte ed “essere preso a giornata” dai miei confratelli. Contrariamente dissero di non aver bisogno, questi rifiuti mi avevano tranquillizzato sennonché l’aver sentito che l’unico frate sacerdote, quindi in grado di celebrare l’Eucarestia, amministrare il perdono e dare l’unzione degli infermi se n’è andato con il 30 giugno dall’ospedale mi ha riacceso il tormentone, tanto da costringermi di fare una seppur modesta e limitata avance. L’aver un’ ospedale di eccellenza sotto ogni punto di vista, ma carente di una adeguata assistenza religiosa è diventato per me un assillo. Sebbene che prima di me a dover preoccuparsi di queste cose c’è il cardinal Patriarca sua eminenza Angelo Scola, il patriarca emerito cardinal Marco Cè, il vescovo ausiliare sua ecc.za monsignor Beniamino Piziol, il delegato per la pastorale degli infermi monsignor Dino Pistolato, il delegato per l’evangelizzazione monsignor Orlando Barbaro, ma nonostante questo rimane pure “il servo dei servi di Dio” don Armando Trevisiol.

La responsabilità morale lambisce pure la mia coscienza tanto da farmi dire “posso fare ancora qualcosa anch’io!”