Verso nuove forme di distribuzione de “L’Incontro”

In quest’ultimo tempo, prendendo spunto dalle insorgenti difficoltà di piazzare “L’incontro” nelle bacheche delle chiese della città – difficoltà dovute a motivi inconfessati, ma che di certo si rifanno ad una malcelata gelosia – stiamo mettendo a punto un progetto mirato a creare stazioni differenti per la distribuzione del periodico.

Le parrocchie spesso s’accorgono che mentre “L’incontro”, nonostante se ne aumenti costantemente la tiratura, continua letteralmente a “sparire” dai tavoli posti in fondo alle varie chiese, altri periodici non hanno lo stesso successo.

A qualcuno forse è parso che la concorrenza de “L’incontro” determini questo deludente fenomeno. Noi, evidentemente, siamo di diverso parere, ma da un lato per non creare “guerre di religione” – cosa quanto mai lontana dalle nostre logiche – e dall’altro lato per essere maggiormente coerenti con le nostre convinzioni, pensiamo di assumere “in toto” la dottrina di Paolo nei riguardi degli altri apostoli: “Voi curate pure le pecore d’Israele, mentre noi scegliamo di evangelizzare i gentili”. Traducendo in chiaro: lasciamo pure che i parroci continuino ad occuparsi dell’ormai piccola minoranza dei fedeli praticanti, mentre noi de “L’incontro” punteremo sempre più a rivolgerci ai cosiddetti “lontani”, ossia ai battezzati che, per i motivi più diversi, frequentano purtroppo poco le parrocchie.

Abbiamo affidato ad un giovane manager il compito di portare avanti il progetto e perciò d’ora in poi tenteremo di diffondere il periodico soprattutto nelle banche, nei bar, nelle pasticcerie, negli ipermercati, negli ospedali, negli ambulatori, ossia nei moderni “templi” frequentati dall’uomo di oggi.

Partendo da questa dottrina inviteremo sempre più frequentemente e con più insistenza i nostri affezionati lettori, che contiamo oggi sui dieci-quindicimila, a recapitare “L’incontro” nei negozi che essi frequentano, nei condomini o comunque ove vivono la loro vita.

Ci auguriamo che questa filosofia ci renda più facile il rapporto con le parrocchie, ma soprattutto che ci leggano quelli che non hanno dimestichezza con “la buona stampa”.

La primavera e l’autunno

Quando sono venuto via dalla parrocchia ho dovuto regalare, vendere o buttare la biblioteca che m’ero fatto in mezzo secolo di vita da prete. Sono stato costretto a farlo perché nel mio minialloggio al “don Vecchi” o ci mettevo i libri o il letto per dormire e il tavolo da mangiare! Ho optato necessariamente per questa ultima soluzione.

Di tutti i volumi ho conservato solamente quelli che abbiamo sfornato con l'”Editrice Carpinetum”. Pensavo che in pensione mi avrebbe fatto piacere ritornare ai “bei tempi andati”, sfogliando i numerosi volumi che raccolgono le mie innumerevoli riflessioni, prese di posizione, sogni e speranze. Un capiente armadio di noce custodisce ora i cinquantacinque anni di vita della parrocchia: dagli articoletti romantici dei Gesuati agli articoli più maturi nati a San Lorenzo e a Carpendo, alla “storia di un ottuagenario” prete in pensione.

Tutto questo lungo passato rimane ben custodito nell’armadio di noce.

Ben raramente trovo il tempo di sfilare un volume per ricordare tante vicende che portano il segno del tempo in cui le ho scritte. Talvolta però, seppur fuggevolmente, rubo qualche momento a ciò che mi impegna attualmente, per lasciarmi andare alla memoria e alla nostalgia.

Qualche giorno fa, terribilmente angosciato perché mi pareva che il mio scrivere stesse diventando sempre più involuto e banale, ho preso il secondo volume dei miei “diari”. E mi sono trovato tra le mani un volumetto compatto di 240 pagine stampate in 2500 copie dall’editrice “Il prato” di Padova e curato da Giovanni Stefani, caporedattore della Rai TV di Venezia. Dopo la cara prefazione del noto giornalista televisivo, la prima pagina porta la data del 3 gennaio 1990, ventun anni fa, e termina col 29 settembre 1998.

Leggendo qua e là le note di qualche giorno, ho scorto la stessa differenza che passa tra l’immagine, matura si, ma non ancor vecchia di allora, e quella cadente e logora di oggi. Ho capito che debbo assolutamente rassegnarmi ad accettarmi anche nello scrivere, come ora sono.

L’autunno non potrà mai pretendere d’avere il volto della primavera e neanche dell’estate. Voglio perciò essere almeno contento d’aver vissuto con intensità tutte le stagioni della vita.

Il buon seminatore

Uno dei miei crucci è di riuscire a razionalizzare la diffusione de “L’incontro”. Il periodico, pur scritto, stampato e diffuso da volontari, costa molto per la carta, le matrici, l’inchiostro e le macchine da stampa, e costa ancora di più a chi ha nel cuore un messaggio che crede doveroso offrire ai fratelli per aiutarli a dare un senso, una dignità ed un sapore alla vita, ma deve trovare le parole e la forma più opportune per passare questo messaggio. Questo non è assolutamente facile, ma impegnativo e faticoso alquanto.

Ogni lunedì esce dalla tipografia una pila alta un metro-un metro e mezzo di fogli stampati, perché un piccolo esercito di anziani del “don Vecchi” possa piegarli nel primo pomeriggio. Poi partono i “corrieri” per collocare il periodico nei posti prestabiliti per la diffusione. I primi a partire sono i coniugi Giovanna e Primo Molin che ne collocano a destinazione tra le 1200 e le 1400 copie. Poi parte lo storico “strillone” de L’incontro, Luciano Valentini, che distribuisce 6-700 copie, poi don Armando ne porta 400 a Carpenedo, e ancora suor Teresa, che ne colloca quasi 1000 all’Angelo. Infine c’è una miriade di liberi battitori che si riforniscono nelle chiese del cimitero per distribuire il periodico nei siti più impensabili, dalle pasticcerie al supermercato, dalle banche ai chioschi di giornali.

La distribuzione de “L’Incontro” si rifà esattamente alla logica della parabola evangelica del “Buon seminatore”, perché il seme è seminato sia tra le spine, che sulla strada, sempre nella speranza che almeno una parte della rivista cada “nel terreno buono e produca il buon frutto”.

Immagino che i consulenti economici ci sconsiglierebbero decisamente un “investimento” così incerto, però penso che, o per fede o per necessità, non mi resti che seminare sempre, e seminare largamente, in ogni caso ed in ogni situazione, affidandomi ciecamente alla logica del Vangelo!

Il perché della nostra avventura

La gestazione de “L’incontro” è sempre faticosa e la sua nascita settimanale segue ad un lungo travaglio, anche se apre gli occhi alla luce di questo mondo nella tipografia dell’interrato del “don Vecchi” fra l’entusiasmo di un gruppo di vecchi scout.

L'”Incontro” costa, perché costa la carta, costano le matrici, l’inchiostro, l’inserimento nel computer, l’impaginazione e la diffusione. Il prezzo più alto però è quello del messaggio e dei contenuti; nessuno di noi vi opera per consumare carta, per farsi pubblicità o per riempire le pagine, ma c’è in tutti noi la speranza e la volontà di indicare un’angolatura opportuna per leggere gli eventi della nostra città, della Chiesa e della società in cui viviamo. Nessuno di noi vuole essere uomo di fronda o di rottura o di parte, ma tutti invece sogniamo di aiutare i concittadini a maturare valori civili e religiosi sani che aiutino a crescere in umanità per creare una città più solidale ed una religiosità più vera.

Il nostro sogno è quanto mai ambizioso per le nostre risorse; pure con umiltà, coraggio e libertà tentiamo ogni settimana di offrire il nostro piccolo contributo.

Al lunedì mattina lo staff di vecchi scout passa lietamente la mattinata stampando le cinquemila copie, al pomeriggio gli anziani del “don Vecchi” piegano il giornale ed immediatamente i “corrieri” portano in una sessantina di recapiti il nostro periodico.

La distribuzione assomiglia molto alla parabola del Vangelo in cui il seminatore sparge la semente con fiducia e generosità, non troppo preoccupato del terreno su cui cade; così è anche per “L’incontro”, che lo si può trovare in chiesa come al bar, in banca come in ospedale, dal giornalaio come alla Casa di riposo, in pasticceria come all’ipermercato, a Mestre o a Venezia o nei paesi dell’interland.

La nostra avventura vuol essere un gesto di fraternità ed un tentativo onesto di ripensare la vita e la fede in modo positivo!

Il diario di questo vecchio prete

L’altro ieri ho consegnato a mio nipote, funzionario di una grossa azienda nel settore dei mobili e dell’arredo per la casa, le ultime cinque copie del mio “diario” del 2009, uscito col titolo “In riva al fiume”.

«Zio, visto il successo del tuo volume e dell’interesse con cui alcuni miei colleghi l’hanno letto, mi piacerebbe regalarlo ai dirigenti della mia azienda, che ti conoscono in qualche modo per i tuoi interventi sulla stampa locale».

Le cinque copie erano le ultime delle cinquecento che i miei magnifici collaboratori hanno stampato mediante la tipografia artigianale de “L’incontro”. Quest’anno sono riusciti a far uscire il volume prima del termine del 2010, cosicché esso è diventato il regalo di Natale per altrettanti concittadini, in qualche modo interessati all’opera e alle idee di questo vecchio prete.

Cinquecento copie non sono un granché nell’abbondante produzione libraria della nostra città, però cinquecento copie scritte da un prete, e da un prete ultraottantenne, su argomenti prevalentemente religiosi, e da un prete già in pensione che non ha mai fatto parte della gota della diocesi, possono destare una qualche sorpresa ed una certa meraviglia.

Mi sono chiesto tante volte il perché del relativo successo de “L’incontro”, con la sua tiratura di cinquemila copie settimanali, pur avendo una veste tipografica modesta ed un gruppo redazionale sparuto.

Penso che, tutto sommato, l’opinione pubblica stia premiando l’onestà della ricerca, la passione per l’uomo, la presa di posizione libera, senza presunzioni e senza complessi, l’umiltà del riconoscere i propri limiti e soprattutto il sogno di una religione più aderente alle istanze dell’uomo d’oggi e almeno desiderosa di rifarsi alla “sorgente”.

Io spero proprio di far del bene ai miei concittadini, o perlomeno di aiutarli a porsi domande e risolvere problemi, non dando nulla per scontato.

Nuove avventure con gli scout di ieri

Credo che non ci sia più alcuno dei miei amici e delle persone che mi conoscono mediante “L’incontro” che non sappia che questo vecchio prete ha fatto per quasi quarant’anni l’assistente degli scout. Ho cominciato ai Gesuati col reparto trentaduesimo, ed ho finito a Carpendo col gruppo secondo.

In verità, in questi ultimi cinque anni di vita da pensionato, gli scout li ho seguiti da lontano, interessandomi delle loro iniziative e soprattutto amareggiandomi che molti preti non si siano ancora accorti che lo scoutismo rappresenta ancora un valido strumento per accostare la gioventù e soprattutto per educare le nuove generazioni.

Da assistente della zona di Mestre, una trentina di anni fa, assieme ad un magnifico e numeroso gruppo di “capi”, abbiamo letteralmente “infestato” Mestre e dintorni. Non c’era quasi più parrocchia in cui non fossimo riusciti ad aprire qualche unità scout. Una volta arrivato a Carpendo ho continuato, pur fra notevoli difficoltà. Il ’68 infatti ha investito, seppur marginalmente, lo scoutismo. Mentre l’Azione Cattolica fu spazzata via, lo scoutismo resistette, pur tra notevoli tormentoni.

Sono stato e sono ancora felice di aver lasciato al mio successore ben duecento ragazzi di diverse età, inquadrati nei vari gruppi nei quali si sviluppa il movimento. Ai miei tempi si diceva: “semel scout, semper scout”, una volta preso il “bacillo” del movimento scout, questo permane, pur passando gli anni e i ragazzini di trenta quarant’anni fa sono rimasti scout pur non portando più il cappellone e i calzoncini corti.

Forte di questa verità e soprattutto certo che l’educazione al servizio non si può dimenticare facilmente, pian piano sono riuscito a recuperare più di una mezza dozzina di vecchi “ragazzi” che con l’entusiasmo di un tempo si sono buttati nella splendida avventura della stampa di tutta la produzione dell’editrice de “L’incontro”.

Il lunedì mattina, sotto la guida dell’ottantenne Nino Brunello, già commissario di zona, ora posso contare sui “ragazzi scout” che partecipano “al grande gioco” con l’entusiasmo, la vivacità e il cameratismo che avevano il secolo scorso, quando erano capi squadriglia, capi reparto o Akela!

Qualche giorno fa, scendendo in tipografia per l’ispezione settimanale, dissi loro: «Ragazzi, qui ci manca solamente l’alza bandiera e il canto “Passa la gioventù” perché il calendario torni a ritroso per far rivivere la bella avventura dello scoutismo!

I perché de L’Incontro

Qualche giorno fa ho ricevuto una lettera intelligente e buona di un lettore che, tra qualche complimento generoso, mi ha precisato che alcune affermazioni che io avevo dato per scontate, non corrispondevano a verità. Se fossero state osservazioni di una critica amara avrei reagito polemicamente, almeno dentro di me; esse però erano benevole e gentili.

Tutto questo mi ha fatto riflettere sull’avventura entusiasmante, ma allo stesso tempo faticosa e impegnativa, quasi temeraria, de “L’incontro”.

Tante volte nei meandri della mia coscienza irrequieta e sempre esigente, m’era affiorato il dubbio di essermi avventurato in un’impresa più grande di me, per la quale sarebbe stato necessario un solido retroterra culturale, una lettura intelligente degli eventi e poi una correttezza di discorso che sono convinto di non possedere.

Talvolta mi sono autodifeso convincendomi che il periodico era stato dato alla luce al momento della pensione e lo pensavo come l’unico modo per uscire da un improvviso e totale isolamento. Il periodico m’è parso allora l’unica tavola di salvataggio che mi capitasse sottomano per non affogare e per salvarmi.

Però ora sono passati cinque anni e la mia situazione psicologica ed umana è notevolmente cambiata. La lettera onesta e corretta di un lettore sconosciuto ha riproposto, nitida e precisa alla mia coscienza, la domanda: “perché?”

La vecchia risposta non tiene più. E allora?

In questi giorni di riflessione mi è affiorata dalla coscienza una bozza di giustificazione che, ridotta all’osso, può essere condensata in queste due affermazioni.
1)Ritengo doveroso, almeno per quel che posso e mi riguarda, tentare di liberare il messaggio cristiano, diventato religione strutturata da tante incrostazioni della tradizione che l’hanno sclerotizzato e ridotto a rito, togliendogli gran parte di quella forza originale che illuminava e dava senso alla vita; privandolo, in una parola, di quella che era e dovrebbe essere la vera forza di rigenerare il vecchio uomo.
2)Non riesco più a sopportare una società individualista, egoista; mi pare che essa porti alla morte per suicidio e perciò credo di dover spendere tutte le mie forze residue per promuovere la solidarietà.

Sono conscio che queste sono utopie, però non si può vivere per niente, anche se fossi un illuso ed inadeguato a questo progetto.

I nostri periodici per la pastorale in ospedale

La rete della distribuzione de “L’incontro” è un po’ complessa e rimane misteriosa anche per me che ne dovrei essere il responsabile.

Di sicuro ci sono alcuni volontari che ritirano e distribuiscono in punti fissi una certa quantità di copie; talvolta poi, quando s’accorgono che sono esaurite, ritornano per un supplemento. Ma quanti ne portano via mi sfugge totalmente. Una gran parte di copie sono ritirate dalla chiesa del cimitero anche da volonterosi sconosciuti e vengono distribuite nei luoghi più impensati, secondo criteri suggeriti dalla loro sensibilità religiosa.

Io mi sono riservato di portare “L’incontro” all’Ospedale dell’Angelo, un po’ perché la quantità è davvero considerevole ed un po’ perché, pur avendone l’autorizzazione scritta a farlo dalla direzione, non vorrei che nascessero difficoltà; motivo per cui, due volte la settimana, il lunedì e il venerdì, rifornisco l’espositore accanto alla cappella e ne metto nei banconi dei ballatoi al primo piano. Ogni settimana, quindi, porto svariate centinaia di copie de “L’incontro”, del quindicinale “Coraggio”, del mensile “Il sole sul nuovo giorno” e del volumetto per l’elaborazione del lutto.

Debbo confessare che questo servizio mi fa sentire un po’ missionario in terre lontane e nello stesso tempo, mi dà la gioia profonda di far giungere ai duemila concittadini che vi vivono dentro, un segno del ricordo affettuoso della comunità ed un soffio del messaggio di Gesù.

Alcuni giorni fa ho appreso dalla stampa che finalmente è stato nominato un sacerdote quale assistente dell’ospedale, che si unirà al piccolo staff costituito dal diacono, dalla suora, dagli accoliti e dai numerosi volontari di matrice cristiana. Mi auguro che si trovi un’intesa per una sinergia ed una collaborazione per cui la pastorale in ospedale si avvalga di tutte le componenti che già danno la loro opera preziosa, ma che forse renderebbero meglio e di più se trovassero il coordinamento necessario.

Io sarei ben felice di dare voce, mediante i nostri periodici, ad ognuna di queste componenti, in modo che la proposta di speranza e di consolazione che sgorga dal Vangelo possa raggiungere ogni paziente ed ogni operatore sanitario.

Il peso delle parole con le ali

Qualche giorno fa Lucia, mia sorella, è ritornata da un suo ennesimo viaggio in Africa. Lucia ha preso il “mal d’Africa” circa quarant’anni fa, avendo accompagnato il famoso oculista prof. Giovanni Rama, che ebbe la splendida idea di donare ai poveri del mondo un periodo delle sue ferie per andare ad offrire il suo contributo di professionista ad un piccolo ospedale situato nel cuore della savana, arsa e selvaggia, in Kenia.

Il medico locale riservava i casi più difficili alle mani magiche dell’oculista mestrino. Mia sorella fu scelta a far parte dell’équipe che era necessaria per gli interventi.

Il contatto con un mondo così povero, ma semplice, sano e riconoscente, fece si che mia sorella non seppe più staccarsi da quella gente che l’aveva accolta con tanto affetto e tanta riconoscenza e continuò ad interessarsi, a portare aiuti, anche dopo la morte di Rama.

L’altro giorno venne al “don Vecchi” per salutarmi, per riferirmi che i bimbetti dalla pancia gonfia avevano tanto pregato per me, e per parlarmi degli immensi problemi di quella povera gente. Tra un discorso e l’altro mi riferì che la piccola comunità di suore che lavorano in ospedale, segue la scuola delle infermiere e si prodiga in ogni modo per i poveri. Mi confidò poi che leggono ogni giorno con interesse una pagina del mio “diario”. Certamente, nella confidenza di queste care donne, che spendono la loro vita per gli altri, c’era della cortesia nei riguardi di mia sorella, però il fatto che le mie riflessioni siano giunte tanto lontano e ad anime così pulite e sensibili, mi fa quasi rabbrividire per la responsabilità che, in modo spesso disinvolto, mi assumo nei riguardi di un prossimo così sensibile e diverso.

Pensando a queste confidenze, credo una volta ancora che da parte mia sia quasi un azzardo adoperare strumenti così delicati e pericolosi, quali sono la penna e la parola, senza valutare fino in fondo quale sia l’impatto e quale risultato possano avere le mie riflessioni sulla vita.

Questa notte mi sono svegliato più di una volta pensando a questo problema. Sono arrivato alla conclusione di dover ripetere che le mie parole non sono la Bibbia, ma solamente un’occasione di confronto, ma soprattutto ho pregato per quegli uomini e quelle donne che intendo solamente amare e, semmai, aiutare.

Addio cara amica (in ricordo di Cristina)

Molti anni fa l’aereo che trasportava il “Torino”, la squadra di calcio che a quel tempo andava per la maggiore, andò a sfracellarsi contro il colle su cui sorge la basilica di Superga. In quell’incidente perì l’intera squadra, compresi i dirigenti e gli accompagnatori.

Ricordo che in quell’occasione il solito giornalista della televisione chiese ad un signore che guardava i relitti fumanti, che cosa provasse di fronte a quel dramma. Lo spettatore diede una risposta che ricorderò per sempre. Disse: «Quando succedono cose del genere si dice normalmente, magari provando dispiacere “è’ una disgrazia, una grande disgrazia”, però se in quell’incidente c’è dentro un amico carissimo, è tutt’altra cosa!»

Io sto provando in questi giorni la “tutt’altra cosa”. Vivo la maggior parte della giornata in cimitero, mi occupo principalmente di esequie, di funerali, di benedizioni alle salme e alle ceneri, partecipo sempre in maniera sentita al lutto, perché sono convinto da sempre di ciò che disse Raoul Follereau: «Considero fratelli e sorelle tutti gli uomini che vivono su questa terra». Però il lutto per la morte di Cristina, la dolce e cara creatura che per molti anni perse i suoi occhi per leggere questi geroglifici, mediante cui esprimo i miei pensieri e prendo posizione nei riguardi della vita, e rubò tempo, prima al suo lavoro e poi alla sua famiglia, per inserire il mio diario nel computer, è “tutt’altra cosa!”

Ero solito incontrarla col suo sorriso contenuto e discreto, con la sua figura sempre signorile e ben curata, partecipare all’Eucarestia che celebro ogni sabato nell’interrato del “don Vecchi”, mentre ricevevo il malloppo di pagine e pagine, come non le fosse pesato starsene ore ed ore al computer; mai una lagnanza, mai farmi pesare la sua volontaria fatica.

Ho trepidato per lei per la “bestia” oscura che conosco fin troppo bene, ho sperato con lei, i suoi cari e i suoi amici, ho partecipato e condiviso, m’ero illuso che ambedue ce l’avremmo fatta. Invece no! Il male ha avuto il sopravvento e purtroppo l’ho vista perdere battaglia su battaglia, sempre più frequentemente, e quando non avevo notizie dirette, le leggevo, senza avere il coraggio di parlare, negli occhi sempre più lucidi e nella voce sempre più roca del carissimo Giulio.

Cristina venne a salutarmi nella chiesa del cimitero ove, dopo poco tempo, avremmo preso commiato da lei consegnando la sua anima, finalmente tornata luminosa, libera e viva, prima di partire per le “sue vacanze in Alto Adige”. Volle riempirsi gli occhi del verde dei prati e dei boschi, i polmoni dell’aria tersa e della visione delle montagne possenti, prima di lasciare la nostra terra per il Cielo.

Cristina ha portato con sé anche un po’ del mio cuore in Paradiso, ma di certo s’è portato tutto quello di Giulio e dei figli. Addio, amica cara!

Un bell’incontro!

Qualche giorno fa due sposi di mezza età sono stati accompagnati nel mio minuscolo alloggio al “don Vecchi” perché avevano deciso di sottoscrivere due azioni della Fondazione Carpinetum per la costruzione del nuovo Centro di Campalto.

Ho capito immediatamente che essi erano due affezionati e fedeli lettori de “L’incontro” e perciò, vedendo la listerella settimanale dei sottoscrittori dei “Bond Paradiso”, avevano deciso di partecipare alla benefica impresa sottoscrivendo due azioni, pur essendo lui ormai in pensione da qualche anno.

Questi due cristiani praticanti hanno una strana posizione a livello parrocchiale. Abitano nel territorio di una data parrocchia, frequentano la catechesi della più numerosa scuola di catechismo della diocesi, quella de “L’incontro”, alla quale partecipano ogni settimana quattromila alunni (veramente, a sentire alcuni esperti del settore i lettori del periodico sarebbero anche tre-quattro volte tanto il numero di copie stampate) e vanno a messa nella parrocchia di don Roberto, mio fratello minore, a Chirignago.

La strana “vita ecclesiale” di questi due coniugi, che poi mi hanno motivato le loro scelte religiose, m’ha fatto capire che la gente non va dove le norme canoniche e le pretese dei parroci vorrebbero e non è attratta dai riti, spesso noiosi e poco coinvolgenti, ma va dove avverte che c’è vita cristiana autentica, dove si crede nel messaggio, ove c’è entusiasmo e fierezza del vivere l’avventura proposta da Gesù, dove tutto l’uomo riceve risposte e il caldo abbraccio della comunità.

Tralascio, per doverosa discrezione, le lodi al nostro periodico e il disappunto di non poterlo trovare nella loro parrocchia geografica, ma sottolineo la loro ammirazione e quasi l’ebbrezza per avere la possibilità di condividere la lettura della vita, le proposte di solidarietà, l’avventura cristiana vissuta positivamente e non in maniera stanca, rassegnata ed incanalata in un binario morto.

Se ne sono andati contenti ed io sono rimasto nel mio studiolo più contento di loro avendo, ancora una volta, scoperto che sotto la brace c’è ancora qualcosa di vivo pronto ad infiammarsi.

C’è chi cerca “aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!”

Anche oggi, come faccio da quattro anni due volte la settimana, sono andato a portare nell’espositore vicino alla cappella dell'”Angelo” e nel grande ballatoio soprastante “l’oasi” verde, la produzione dell’editrice de “L’Incontro”.

Lunedì scorso avevo portato un migliaio di copie del settimanale, una cinquantina del volume “L’albero della vita” per l’elaborazione del lutto, una cinquantina di copie del libretto delle preghiere, un centinaio di copie di “Coraggio” ed una cinquantina del mensile “Sole sul nuovo giorno”.

Come avviene quasi sempre, non c’era più niente del grosso malloppo che avevo portato alcuni giorni prima.

Si potranno trovar fuori mille difetti e limiti della produzione letteraria della nostra editrice, ma non quello, e non è certamente poco, che le sue pubblicazioni non risultino gradite al pubblico della nostra città!

Sentivo in questi giorni che tutti i quotidiani, settimanali e mensili, anche a livello nazionale, subiscono un enorme calo, tanto che qualcuno è costretto a chiudere, mentre le nostre pubblicazioni, che certamente non competono con questi giganti della carta stampata, non solo non sentono questa crisi, ma sarebbero in costante aumento, se non fossimo trattenuti dalle difficoltà di carattere finanziario.

Una signora, qualche giorno fa, forse me ne ha dato un motivo credibile: «In quello che scrivete si avverte aria di onestà, di ricerca appassionata di libertà interiore e di sano coraggio!” Sono convinto poi che a questo si aggiunge che gli argomenti trattati non sono mai oziosi e marginali, ma vanno sempre al cuore della vita.

Il successo de L’Incontro è una grande responsabilità

Mi pare che sia normale e comprensibile che ci siano molte più persone che conoscono me che quelle che io conosco.

Quando parlo dall’altare la domenica più di 250 persone hanno ben in vista la mia zazzera bianca e sentono la mia voce roca, mentre di fronte a me sta una folla indistinta di gente delle quali neppure cerco di distinguere il volto per non perdere il filo del discorso. Io poi molto spesso tengo, sempre per la stessa ragione, gli occhi socchiusi perciò ben difficilmente memorizzo i volti. Ora poi che a motivo dei “bond paradiso” se ne sono occupati i giornali e la televisione delle mie avventure, mi sento salutare per nome in ogni luogo in cui mi rechi.

Qualche giorno fa stavo portando in ospedale una grossa borsa di copie dell’Incontro, quando una signora di mezza età, accompagnata dal marito, vedendo spuntare dalla borsa la facciata del periodico, mi chiese di dargliene una copia. Nel ringraziarmi ebbe modo di dirmi: “Lo leggo ogni settimana con interesse, lo legge pure mia madre ed anche mio figlio!”

Sono stato particolarmente felice di questo indice di gradimento senza dover pagare aziende di indagine demoscopica. D’altronde io ho modo di constatare l’andamento de “L’incontro” dagli espositori della mia “parrocchietta tra i cipressi” e ho modo di vedere che per quante copie ne porti, a mezzogiorno della domenica non se ne trovano più.

Sono tanto contento di poter parlare ogni settimana a migliaia di persone di ogni età; credo che siano pochi i preti, anche delle più grosse parrocchie ad avere una massa così numerosa di ascoltatori, ma sento però anche la grave responsabilità di parlare ogni settimana a tanta gente, pur aspettando a giorni gli 81 anni!

Ho dato le dimissioni dalla mia parrocchia di seimila abitanti per il timore di non essere più all’altezza di aiutare tanta gente a trovare la strada buona per il Cielo, e me ne trovo ora praticamente almeno tre volte tanta!

Papa Giovanni una volta che l’ho incontrato in Vaticano, mi confidò che da quando la sua diocesi era diventata grande come il mondo, aveva sentito il bisogno di dire tutte tre le parti del rosario, i misteri gloriosi, dolorosi e gaudiosi.

Penso che dovrò pure io aumentare la preghiera per le persone che mi leggono e mi ascoltano!

“Ricordati delle ultime cose e non perirai”

Stampiamo ogni settimana 4500 copie de “L’incontro”, e semmai ne rimane qualche decina, vengono ritirate e rimesse in circolazione immancabilmente la settimana successiva, quindi abbiamo almeno 4500 lettori. Se poi fosse vero quello che gli esperti del settore affermano, che ogni copia viene letta da quattro cittadini, dovremmo concludere che 18.000 mestrini leggono il nostro settimanale. Veramente un bel numero!

Qual’è l’associazione, il movimento o la parrocchia che ha un pubblico così vasto e fedele?

Il “ritorno” di questa abbondante proposta è però piuttosto scarso; sono relativamente pochi i lettori che ci fanno pervenire il loro parere.
Qualche complimento qualche rara osservazione, ma nulla più!

Qualche giorno fa uno dei miei fratelli, che è un attento e fedele lettore del periodico, mi ha fatto un’osservazione che anche qualche altro, nel passato, mi aveva già fatto trapelare. Osservazione a cui voglio in qualche modo rispondere. Mi diceva Luigi, così si chiama questo piccolo imprenditore della serramentistica: “Il discorso sulla vecchiaia e la morte è perfino troppo ricorrente su L’incontro!”

E’ vero! Ho una qualche giustificazione istituzionale in quanto il periodico è il portavoce dei “Centri don Vecchi” struttura per anziani – della Pastorale del lutto e della chiesa del cimitero e per di più ha come direttore un ottantenne.

Con queste premesse sarebbe un po’ strano che parlasse di giovinezza, di economia, di divertimento per quanto sano!

Quindi chiedo ai lettori di annacquare la dose sull’argomento leggendo un qualcosa di altro, di più allegro.

Ricordo però a tutti la massima ch’era spesso sulle labbra del vecchio Papa Roncalli “Ricordati delle ultime cose e non perirai” e le ultime cose sono, piaccia o non piaccia: morte, giudizio, inferno e paradiso!

Il messaggio che vuole trasmettere L’Incontro

Oggi ho incontrato in ospedale un collega delle magistrali, che non incontravo almeno da quarant’anni.

Inizialmente, pur ricordando i dati sommatici di questo anziano signore, che rivedevo dopo tanto tempo nella cornice dello splendido ed ormai rigoglioso giardino pensile dell’ospedale dell’Angelo, feci fatica a ricordare dove e come l’avevo conosciuto. Poi lui accennò “Al Tommaseo di via Cappuccina” allora mi sovvenne il quadro di un’esperienza orami tanto lontana.

Fui tanto felice del suo entusiasmo, del calore umano con cui mi trattava e poi pian piano compresi che, mentre io ero rimasto fermo a qualche decennio prima, egli invece aveva continuato a sentirmi parlare mediante la lettura de “L’incontro” che non so dove trovi.

L’entusiasmo lo portò a confidarmi che a quel tempo delle magistrali, egli era mezzo comunista, mentre ora aveva capito che era invece mezzo scemo! Evidentemente aveva compreso dalle pagine del mio diario che considerava l’esperienza storica del comunismo ormai definitivamente conclusa.

La mia speranza è che “L’incontro” non passi solamente un indirizzo di carattere politico, che considero abbastanza marginali alla vita, ma provochi invece un’attenzione al mio struggente bisogno di pensare ad una profonda purificazione del nostro modo di essere cristiani oggi, ed un rilancio della proposta evangelica che sola oggi può dare risposte vere alle tante attese dell’uomo.

Comunque me ne tornai a casa contento sperando di poter continuare a seminare a larghe mani per qualche anno almeno e consolato che i gravi e insopportabili costi del periodico trovino giustificazione più che ragionevole.