Come Mosè

Un gruppo di “parrocchiani di adozione” della comunità cristiana del Centro don Vecchi di Carpenedo mi offre, durante l’anno, una collaborazione che è determinante per l’uscita settimanale “L’incontro”. Io mi considero “il presbitero sui generis” di questa “congregazione religiosa” composta da elementi tanto eterogenei per età, condizioni di vita e di pensiero.

Questa piccola comunità di adozione, sostanzialmente cristiana, riesce ogni settimana ad offrire un messaggio che tenta di ispirarsi a quello di Gesù per offrirlo ad una folla di uomini e donne che assomiglia a quella descritta dal Vangelo. Infatti, come ai tempi di Gesù, cinque, seimila persone della nostra città ogni settimana seguono ed ascoltano con grande interesse le nostre “catechesi” sulla proposta di Gesù.

Questo tentativo di evangelizzazione, fatto da cristiani non estremamente acculturati in teologia, i quali riescono, di settimana in settimana, a farsi “ascoltare”, è il “gruppo di ascolto” di gran lunga più numeroso di tutti quelli esistenti in diocesi messi assieme.

Io sono “un povero diavolo di prete” e non tento neppure di indottrinare i miei discepoli perché conosco i miei limiti costituiti dall’età e dalla mia modestia intellettuale, perciò cerco di “formare” i discepoli solamente attraverso la mia testimonianza. Faccio fatica a continuare, ma non smetto ancora sembrandomi un vero sacrilegio chiudere una “scuola di vita” e di fede così attenta e così frequentata.

Ogni tanto mi fisso delle date per “chiudere”, però quando mi avvicino ad esse, pensando alle migliaia di “ascoltatori” del nostro periodico, finisco per procrastinare il termine di questa esperienza che mi pare sia tra le poche che vedo nella nostra realtà cittadina, anche se sento parlare da mattina a sera di nuova evangelizzazione.

Talvolta mi sento come il vecchio Mosè che, amando appassionatamente il suo popolo, tiene le mani alzate in preghiera perché il popolo di Dio non soccomba. Sono grato a questi miei collaboratori che, intuendo la mia stanchezza, finora sostengono le mie braccia che invocano dal Cielo benedizione e grazia per i figli di Dio che incontrano tra continue “battaglie”, difficoltà ed insidie.

Oggi sento il dovere di ringraziare di cuore questi miei amati discepoli che aiutano questo povero prete a servire Dio e la comunità, nonostante la sua stanchezza e la sua vecchiaia.

La terza fase della mia vita

Sono nato nel ’29 e sono diventato prete nel ’54.

La prima fase della mia vita fu quella della preparazione alla missione umana e sacerdotale. La seconda fase, dal 1954 al 2005, fu il tempo “cuore” della mia esistenza, durante il quale mi sono impegnato per farmi testimone e portavoce di Cristo Gesù. Il 2 ottobre di sette anni fa è iniziata la terza fase della mia vita. Iniziò con la pensione, nel 2005, un tempo che non avevo programmato, motivo per cui mi sono trovato totalmente spiazzato, quasi mi fosse venuta meno la terra sotto i piedi, tanto che arrischiai un esaurimento nervoso.

Inizialmente, annaspando, mi cercai un lavoro “in nero”. Poi, celebrando da quarant’anni in cimitero, mi orientai verso la pastorale del lutto. Nacque con fatica un gruppo di mutuo aiuto per l’elaborazione del lutto, che poi passai all’Avapo.

Per anni celebrai la messa a San Rocco per i genitori che han perduto un figlio in giovane età. Poi sono riuscito ad avere una nuova chiesa di 250 posti in cimitero e soprattutto una comunità che la gremisce ogni domenica. Ho collaborato alla stesura di un volume, “L’albero della vita”, di cui ho curato l’aspetto religioso di “nostra sora morte corporale”, come san Francesco chiamò il lutto, volume diffuso in più di 20.000 copie e che “tira” ancora.

Mi sono offerto di celebrare la messa festiva in due frazioni lontane dalle relative parrocchie, però i parroci declinarono la mia offerta per motivi che sono rimasti sconosciuti. Mi sono offerto, a titolo gratuito di celebrare in una chiesa vicina, guidata da un parroco che non ha cappellani, ma dopo sei mesi sono stato licenziato in tronco, con preavviso di alcune ore.

Ho fondato il settimanale “L’incontro” che esce regolarmente, senza pausa alcuna, in 5000 copie, risultando così il periodico di natura religiosa più letto in assoluto a Mestre.

Nel frattempo ho collaborato alla nascita del Centro don Vecchi di Marghera per il cui finanziamento avevo già provveduto per intero. Ho acquistato il terreno per il Centro di Campalto e collaborato alla sua realizzazione.

Ho dato vita, con la redazione degli amici de “L’incontro”, al mensile “Il sole sul nuovo giorno” e pubblicato una decina di volumi.

Ultimamente mi sono offerto di celebrare una messa settimanale a Carpenedo ed una mensile a Ca’ Solaro.

Sono grato al Signore che ha benedetto ed ha reso interessante la terza ed ultima fase della mia lunga vita e soprattutto mi ha aiutato finora a mettere in pratica il proposito “voglio che la morte mi incontri vivo” e ad impegnare bene “i tempi supplementari”.

I “tempi supplementari”

Nota della Redazione: questo appunto è stato scritto, come gli altri, diverse settimane fa. Ora il volume contenente il diario del 2012 di don Armando è in distribuzione al don Vecchi, nelle chiese del cimitero e in ospedale all’Angelo. Ogni offerta è devoluta per finanziare il don Vecchi 5.

Tra le tante benedizioni e fortune della mia vita, ho avuto anche quella di avere sempre tanti e bravi collaboratori che sono riusciti a fare delle cose veramente belle. Quando penso ai duecento volontari impegnati a Radiocarpini o ai quattrocento in parrocchia di Carpenedo e ai duecentocinquanta e più che attualmente sono impegnati nette varie attività che gravitano attorno al “don Vecchi”, non posso che benedire il Signore.

Anche il “granello di senape” da cui è germogliato “L’Incontro” e che oggi conta una cinquantina di collaboratori, è partito dal nulla, ma in pochi anni è diventato un albero frondoso che sforna cinquemila copie del periodico alla settimana ed almeno due o tre volumi all’anno.

Qualche giorno fa uno di questi collaboratori mi avverti che i primi dieci mesi del diario del 2012 erano già pronti e quindi mi invitò a pensare al titolo e alla prefazione del volume che l’avrebbe raccolto, perché vorrebbero darlo alla stampa fin dai primi mesi del 2013. Riflettendo sulla mia veneranda età, 84 anni, e confrontandola con l’età media degli africani, che supera di poco i quarant’anni, m’è venuto da pensare che comunque sto vivendo i “tempi supplementari” come nelle partite di calcio: quel breve quarto d’ora in cui si risolve la partita.

Su questa riflessione s’è sviluppata fatalmente la mia riflessione: i tempi supplementari per loro natura sono brevi, essi sono risolutivi per il buon esito della partita, quindi bisogna mettercela tutta, tirar fuori le risorse residue, vivere intensamente, non ogni giorno ma ogni minuto, cogliere al volo ogni opportunità.

Da queste conclusioni m’è venuto spontaneo e necessario un attento esame di coscienza. Circa l’impegno ad occupare tutto it tempo, non mi è parso di avere rimproveri da farmi, ma sul vivere con la consapevolezza che i minuti sono contati e che le occasioni opportune sono sempre più rare e che in ogni incontro ed in ogni rapporto è doveroso che io dia il meglio di me, sono meno tranquillo. Non mi resta che sperare sulla comprensione di Dio e sull’aiuto dei fratelli.

La tromba dello Spirito Santo

Da noi le cose son tutte fatte in casa per quanto riguarda il nostro settimanale. Giornalisti, tipografi, impaginatori, correttori di bozze e gestori della distribuzione sono non solamente volontari, ma pure autodidatti. Io, ad esempio, sono il direttore responsabile, ma non me ne sto dietro ad una scrivania a curare la linea editoriale o a scrivere qualche “fondo” ma, al martedì, porto un gran numero di copie nelle chiese del cimitero che sono diventate “le messaggerie” da cui i singoli distributori attingono le copie da portare alle sessanta postazioni di distribuzione. Questo però non basta perché il lunedì e il venerdì pomeriggio porto una macchinata di copie all’Ospedale dell’Angelo.

Questa manovalanza non è però priva di soddisfazioni. Spesso, mentre riempio l’espositore, si avvicina qualcuno che, accortosi che è arrivato il nuovo numero, mi chiede: «Posso prenderlo?» ed io pronto: «Prenda pure, odora ancora d’inchiostro».

Qualche giorno fa un signore che aveva appena ritirato una copia, sorridendo mi disse: «Mia madre, che abita al Cavallino, è una sua fan, perché puntualmente, ogni settimana, legge “L’incontro”. Posso chiamarla al telefono; le farà molto piacere conoscerla di persona!».

L’altro ieri, mentre camminavo lungo il ballatoio, vidi un signore tra i cinquanta e i sessant’anni che leggeva L’incontro. Mentre passavo, alzò gli occhi e, vedendomi, esclamò: «Ecco la tromba dello Spirito Santo!». Evidentemente aveva letto un episodio della vita di don Mazzolari. Quando infatti il cardinal Roncalli salì al soglio pontificio cominciò subito l’opera di riconciliazione con chi aveva sofferto dalla Chiesa e volle così ricevere don Mazzolari, che di carognate ne aveva ricevute non poche dal mondo ecclesiastico, e l’accolse appunto con queste parole: “Ecco la tromba di Dio!”.

Io di certo non sono “la tromba”, troppo onore, ma spero, nell’orchestra ecclesiale, di essere magari solo un piffero o un tamburo, ma di dare anch’io il mio piccolo contributo al messaggio cristiano. La voce della gente mi ripaga a iosa del silenzio, delle critiche e dei rifiuti di preti e frati.

I miracoli de “L’incontro”

Tantissime volte, a motivo dei costi esorbitanti, dell’impegno gravoso a livello personale e del sacrificio che “impongo” ai miei collaboratori, sarei tentato di chiudere “L’incontro”. Ad 84 anni mi sembrerebbe legittimo sperare che la gente più giovane e più preparata di me dia voce alla coscienza critica dei concittadini e soprattutto dei cattolici mestrini e ponga alla loro attenzione problemi gravi ed impellenti della solidarietà.

“L’incontro” però non adempie solamente a questo compito importante, ma riesce ancora a proporre nuove iniziative, nuove strutture e servizi ed inoltre riesce a stimolare la città a farsi carico dei problemi dei poveri ed a recuperare quei mezzi finanziari necessari a dar volto a servizi e strutture solidali.

Dobbiamo di certo a “L’incontro” le numerose eredità che finora ci sono state destinate e le centinaia di migliaia di euro di beneficenza che hanno reso possibile la costruzione dei 315 alloggi per anziani poveri.

Se non ci fosse stato “L’incontro” a sensibilizzare i concittadini, chi mai sarebbe stato capace di reclutare le centinaia di volontari dei quali dispone “il polo solidale” del don Vecchi e a portare a conoscenza dell’opinione pubblica quel polo solidale a cui ricorrono almeno trenta-quarantamila concittadini in difficoltà?

Vorrei oggi far conoscere uno degli innumerevoli risultati che questa rivista, modesta finché si vuole ma cercata e letta a Mestre, ci ha offerto in questi giorni. Un’azienda ci ha offerto un camion intero di oggetti e decorazioni per Natale. Si trattava di trovare un negozio che a titolo gratuito ci fosse messo a disposizione per organizzare un mercatino natalizio a favore del don Vecchi degli Arzeroni. Neppure due giorni dopo l’uscita del periodico ci è stato offerto un negozio di 150 metri quadri alla rotonda di viale Garibaldi.

Abbiamo trovato i volontari per allestire e gestire il negozio nei mesi di novembre e dicembre. Una persona si è offerta di ottenerci tutti i permessi necessari e c’è perfino un commerciante disposto ad acquistare una parte della merce.

L’incontro fa questo ed altro, non è un rotocalco a colori, però riesce a far miracoli pure in questo nostro tempo così scettico ed egoista.

Una colonna pericolante

La vita de “L’incontro” è, come sempre terribilmente precaria. La sua sopravvivenza mi appare ogni settimana come un autentico miracolo. Da un lato mi riempie l’animo di consolazione che a Mestre sia il periodico più letto, ma dall’altro lato ho lucida coscienza di non essere riuscito a creare un’organizzazione così consistente, capace di parare i guai che si incontrano nella vita. “L’incontro” poggia su una trentina di collaboratori volontari, ognuno dei quali è assolutamente indispensabile; il cedimento anche di uno solo può mettere in pericolo la sopravvivenza del giornale.

Di questa precarietà sono sempre stato cosciente e d’altronde ripeto che mi pare già un miracolo che il periodico abbia continuato ad uscire regolarmente di settimana in settimana.

Ora è in sofferenza la signora Laura, che non solo inserisce nel computer i miei testi, ma pure li riordina da ogni punto di vista e inoltre collabora spesso con dei “pezzi” quanto mai brillanti. Avrebbe bisogno assoluto di una pausa di riposo o perlomeno di un aiuto consistente. Mi sono rivolto al Signore e a chi altrimenti potrei chiedere aiuto? e Gli sto dicendo: «O mi mandi qualcuno oppure debbo chiudere!».

Per ora non mi ha ancora risposto; quindi sto pubblicando ciò che la cara signora Laura ha inserito a suo tempo.

Il villaggio globale della solidarietà

Ai nostri giorni parlare di “villaggio globale” va di moda. Questa affermazione è entrata pure nel linguaggio delle realtà ecclesiali, però mi pare che siano pochi gli enti ecclesiastici ad indossare “questo abito alla moda”. Spesso si preferiscono la mentalità, il vestito e le abitudini del cattolicesimo veneto di mezzo secolo fa.

Eppure il mondo moderno non parla per vezzo della globalizzazione, ma ormai ha impostato l’economia, i rapporti sociali e politici su questo parametro che non è una moda, ma una realtà concreta di cui non si può e non si deve non tener conto.

Qualche giorno fa mi ha telefonato un certo signor Cesare (non ricordo il cognome), che abita a Roma, per chiedermi la conferma se era giusto il numero del codice fiscale della Fondazione, volendo destinarle il cinque per mille. Questo signore in verità, più di una volta ci aveva inviato dei bonifici consistenti a favore della Fondazione.

Mentre mi chiedeva questa informazione, ho notato che mi parlava con una certa confidenza, quasi mi conoscesse assai bene e conoscesse altrettanto bene le cose di cui cerco di occuparmi. Mi venne allora voglia di chiedergli in che occasione mi avesse conosciuto. Lui, con un tono familiare, come se parlasse di qualcosa nota a tutti e scontata, mi disse che leggeva ogni settimana “L’incontro” su internet e perciò gli erano ben note le “mie avventure solidali”.

Da questo ho scoperto che il nostro periodico non raggiunge solamente i quindici-ventimila concittadini, ma si fa leggere anche da gente che abita lontano: di ciò ho avuto più di un riscontro.

C’è una signora di Lecco che spesso mi fa celebrare messe per i suoi defunti e quando le sue offerte per il “don Vecchi” tardano ad essere pubblicate, mi chiede come mai ciò non avvenga, temendo che non siano giunte per un qualche disguido.

Un paio di mesi fa una signora che abita negli Stati Uniti d’America mi ha mandato 100 dollari per il “don Vecchi 5” ed una parrocchia di Nuova York, avendo notato, sempre su internet, che non abbiamo una organizzazione di solidarietà simile alla loro, mi chiedeva riscontri e consigli e mi mandava fotografie che documentavano la loro attività.

Tutto questo per non parlare dei lettori dei paesetti vicini a Mestre e delle cittadine del Triveneto

Il vituperato uomo d’oggi a chi ha un po’ d’iniziativa e di zelo, offre anche delle splendide opportunità di “apostolato missionario”.

“Libero e fedele”

Il responsabile di un’altra chiesa ha detto molto chiaramente ad una zelante nuova collaboratrice che non permetteva che portasse “L’incontro” nella “sua” chiesa.

Non sono riuscito a capire il perché, in quanto il suo predecessore, ad una mia richiesta, aveva acconsentito con entusiasmo, anche perché poi questo reverendo s’è lasciato scappare un apprezzamento positivo nei riguardi del nostro periodico.

La cosa mi è spiaciuta alquanto, pur sapendo che le mie prese di posizione – che, ripeto ancora una volta, nascono sempre dal vero amore che nutro per la fede cristiana e per la nostra comunità – possono essere talvolta graffianti. Ognuno però ha il suo modo di parlare e un periodico può offrire un messaggio solamente se riesce a farsi leggere. Fortunatamente “L’incontro” si fa leggere. Se non fosse così non aumenteremmo la tiratura di cento copie la settimana.

Nell’amarezza c’è stato anche un rovescio della medaglia assai positivo. La zelante collaboratrice non s’è persa d’animo ma, lo stesso giorno, ha “conquistato” altre due o tre postazioni collocando subito 100 copie in sostituzione delle 20 rifiutate e le ha collocate in negozi e pasticcerie.

Debbo dire che da sempre preferisco luoghi di distribuzione “laici”, ossia luoghi frequentati non solamente dai “devoti”, ma soprattutto dalla gente comune, molta della quale frequenta poco la chiesa. Ho sempre sognato di riuscire a parlare ai “gentili”, perché per i “figli di Israele” ci sono fin troppi preti a tener sermoni!

“L’incidente” che, ripeto, mi ha fatto male, ha rafforzato la mia scelta di mandare “L’Incontro” fin da subito al nuovo Patriarca, non certo nella speranza che egli abbia tempo da perdere con questo periodico senza pretese, o che mi faccia monsignore, ma, semmai, perché qualche suo collaboratore possa segnalargli argomenti o pensieri che egli crede non opportuni.

Da sempre ho rivendicato l’autonomia su tutto ciò che è opinabile, ma non vorrei per nessun motivo al mondo fare qualcosa che fosse nocivo alla comunità cristiana e che non fosse ritenuto opportuno dal mio vescovo, così come ho sempre fatto in passato. Difatti ogni settimana la prima copia de “L’incontro” l’ho inviata al Cardinal Scola, e così farò oggi e domani col nuovo Patriarca, volendomi rifare, come sempre, alla scelta di don Primo Mazzolari, mio maestro di vita: “Liberi e fedeli!”.

Il nuovo volume del “Diario di un vecchio prete”

I miei collaboratori mi hanno informato che sono pronte le bozze che raccolgono il “Diario di un vecchio prete” dello scorso anno, 2011 e mi hanno chiesto quindi una prefazione. Come il solito non ho voluto scomodare alcuno per una cosa di così poco conto ed ho buttato giù la nota che accludo per dire l’animo con cui consegno per una volta ulteriore le mie riflessioni alla città.

Nota dell’autore
In questo vespero inoltrato della mia lunga vita spesso il mio pensiero e la mia coscienza vanno alle scelte di due grandi personaggi del nostro tempo: il presidente Reagan e il papa Wojtyla.

Il primo, avvertendo l’annebbiarsi della mente e il venir meno delle sue forze, prese coraggiosamente commiato dal suo popolo manifestando pubblicamente la scelta lucida di entrare nel silenzio del profondo mistero che ormai incombeva sulla sua vita.

Il secondo, pur “morto” fisicamente, scelse di rimanere al suo posto per dare testimonianza di fedeltà alla sua Chiesa fino alla fine estrema del suo mandato.

Ho ammirato profondamente entrambe queste due belle figure e le scelte relative, forse per questo vivo in maniera un po’ drammatica il mio tramonto.

Finora ho scelto di fare come il presidente americano. Quando ho avvertito il venir meno delle mie risorse fisiche e spirituali ed ho temuto di non riuscire a guidare con lucidità la mia comunità verso il domani, ho scelto, pur con tanta sofferenza, di lasciare la parrocchia. Lo stesso ho fatto più recentemente con la Fondazione dei Centri don Vecchi, passando la mano ad un giovane prete.

Ora però che il periodico, “L’incontro”, ha sfondato, sta imponendosi all’attenzione della città e sta raccogliendo felici e vasti consensi, mi trovo nel dramma, se continuare a seguire la scelta di Reagan o continuare fino all’esaurimento di ogni risorsa come papa Vojtyla.

Per adesso, con fatica, ho scelto d’attendere ancora un po’, pur “provandomi la pressione” più frequentemente.

Da questa scelta provvisoria nasce questo volume, che perfino nel titolo, “In attesa del giorno nuovo”, vuol dire la consapevolezza della mia fragilità fisica e spirituale e la coscienza della precarietà con cui affronto questi giorni del tramonto, anche se ricco di fiducia e di speranza.

Mi auguro che queste scelta, un po’ difficile, possa rappresentare almeno un punto di confronto per i miei coetanei ed un monito per i giovani a vivere con onestà e nello stesso tempo con generosità e spirito di sacrificio.

Questo volume non rappresenta ancora il mio commiato definitivo dalla città e dalla Chiesa che ho amato appassionatamente, ma di certo vuol dire ai miei concittadini che, pur desiderando che “la morte mi incontri vivo”, sono consapevole d’essere ormai entrato nei “tempi supplementari”.

Quanta gioia dà quest’Incontro!

“L’incontro”, il nostro amato periodico, continua a tirare. In quest’ultimo tempo abbiamo aumentato 150 copie la settimana, pur arrivando alla domenica con “il tutto esaurito”. Il periodico, almeno a livello di piccola rivista di ispirazione religiosa, è senza dubbio il più letto in tutta la città. Penso, senza vanagloria e presunzione, che se anche si facesse la somma di tutti i bollettini parrocchiali della città, “L’incontro” li supererebbe in numero di copie, per non parlare poi dei contenuti.

Tante volte, soprattutto quando mi pesa l’impegno di dirigere il periodico, di seguire la stampa e la sua distribuzione, appoggiandosi tutto l’apparato redazionale, di stampa e di diffusione su supporti di carattere artigianale, e portato avanti solamente da volontari, sarei tentato, tenendo conto dell’età e degli acciacchi, di chiudere. Poi, di fronte a questa crescente richiesta e alle tantissime manifestazioni di gradimento, mi parrebbe quasi di tradire queste attese dei miei concittadini, spegnendo una voce che ormai raggiunge, ogni settimana, migliaia e migliaia di persone che pare leggano tanto volentieri e con profitto questo messaggio semplice ed onesto.

Quando, quasi sette anni fa, lasciata la parrocchia, mi sono ritrovato solo soletto nel mio quartierino del Centro, ho avvertito quanto mai acuta la mancanza del dialogo con la gente, dialogo che per quasi mezzo secolo ho avuto intenso e leale con i mestrini. Allora pensai di sostituire il rapporto diretto e personale “inventandomi” il giornale e soprattutto “il diario”, che partendo dai valori del Vangelo, poteva darmi la possibilità di offrire una catechesi spicciola, un messaggio, almeno una preevangelizzazione.

M’è andata dritta! E la cosa funziona ormai da sette anni, settimana dopo settimana. Ho continuato, nonostante le innumerevoli critiche, le invidiuzze ecclesiastiche, i dissensi che spesso mi hanno amareggiato e ferito.

Comunque, avere a più di ottant’anni, un’assemblea più numerosa della gente che alla domenica affolla un grande campo di calcio, che mi ascolta volentieri e partecipa alla mia ricerca appassionata di verità e di solidarietà, mediante il settimanale, mi ripaga più che abbondantemente e mi spinge a dire ai miei colleghi: «Coraggio, anche oggi è possibile portare avanti la inebriante avventura del Vangelo».

Non finirò mai di ringraziare il Signore che mi permette di parlare a tanti fedeli tramite L’Incontro!

In questi giorni il vecchio ed unico rilegatore della città mi ha telefonato per dirmi che i volumi de “L’incontro” erano pronti. Sono corso in via Monte san Michele, ove ha sede la “Rilegatoria Vittoria” a prendere l’annata 2011 de “L’incontro” e di altri periodici.

Ho trovato il mio vecchio amico dei primi anni del seminario in mezzo ad un mare di volumi in attesa di essere rilegati; mi sembrò Mastro Geppetto: sereno, sorridente, cordiale. Gli artigiani sono gente meravigliosa, peccato che stiano scomparendo.

Abbiamo fatto quattro chiacchiere; era già al corrente delle poche righe con le quali avevo narrato la “scoperta” della sua rilegatoria, unica a Mestre, e del suo simpatico ed attivo gestore.

Ho capito che “L’incontro” per dritto o per rovescio entra un po’ dappertutto.

Mi venne da pensare a san Filippo Neri che diede come penitenza ad una sua parrochiana eccessivamente chiacchierona, di percorrere le vie di Roma spennando una gallina, e poi di tornare a riprendere le piume portate ovunque dal vento.

Ho provato un po’ di paura al pensiero di tante mie riflessioni che si spargono fatalmente per ogni dove, anche dove meno mi possa immaginare. M’è venuto spontaneo rivolgermi al mio angelo custode perché mi aiuti a seminare buon seme e non zizzania.

Tornato a casa, ho cominciato a sfogliare con curiosità e nostalgia le 624 facciate piene di pensieri e di notizie, poi ho riposto il volume accanto agli altri. Con un pizzico di orgoglio e di vanità ho osservato la mia “Treccani”, ringraziando Dio che mi permette ogni settimana di parlare a decine di migliaia di concittadini.

Quando alla domenica rivolgo la parola alla bellissima assemblea di fedeli che ogni settimana gremisce la mia chiesa, intima e calda come una baita di montagna, tremo per la responsabilità di offrire il bene prezioso del messaggio di Gesù, e prego il buon Dio che la cornice con cui la offro sia la più bella possibile, però ogni lunedì, quando vedo la pila di oltre un metro e mezzo di fogli de “L’incontro” appena stampati, temo che dovrò pregare ancora di più perché essi possano offrire un messaggio e rendere viva ed attuale la proposta cristiana.

Non finirò mai di ringraziare il Signore che mi permette, a 83 anni di età, di parlare settimanalmente a tanti fedeli quanti ne può contenere almeno un grande stadio olimpico.

Un messaggio che ha fatto centro!

Ogni settimana impiego qualche tempo a scegliere la foto per la copertina de “L’incontro”. M’è stato detto che l’appetibilità di un periodico dipende molto anche dalla copertina. Io che non posso permettermi il colore e che sempre debbo “rubare” le immagini dalla stampa che mi arriva, credo di avere qualche difficoltà in più degli altri in questa scelta. Normalmente punto sui primi piani e tento di scegliere immagini accattivanti, poi, con la didascalia, rendo più efficace ed incisivo il messaggio che tento di passare ai lettori.

Sono convinto che la copertina non solamente renda appetibile il periodico, ma spero anche che essa riesca a passare il messaggio sempre positivo che le affido.

Da qualche settimana la tiratura de “L’incontro” è aumentata di 150 copie per ogni numero. Può darsi che il tempo più mite induca la gente ad uscire di casa e quasi ad imbattersi nel nostro periodico. Qualcuno lo prenderà per vedere che cosa pensano questo vecchio prete, sempre libero e tagliente, e la sua squadretta fedele della redazione. Credo però che qualche copertina indovinata abbia fatto lievitare la richiesta e quindi la tiratura.

Qualche settimana fa ho pubblicato una bella foto di don Gianni, il giovane parroco di Carpenedo e nuovo presidente della Fondazione. La foto sprizzava coraggio, intraprendenza, decisione e passione. Ho tanto sperato che questa foto giovanile facesse passare l’idea che La Chiesa ha ancora tante risorse, può disporre ancora di giovani preti coraggiosi, che guardano al domani con fiducia e accettano la sfida delle forze del nichilismo, della rassegnazione e della sfiducia, sicuri della validità del messaggio di cui sono latori.

Se considero la rapidità con cui il periodico si è diffuso, debbo concludere che ho fatto centro. Infatti alla mattina della domenica non c’era più una copia che si potesse recuperare, neanche a pagarla a peso d’oro!

Sono felice che la gente accolga favorevolmente i messaggi di speranza e di fiducia, ne ha bisogno veramente. E la comunità cristiana ne ha una riserva ricca, basta che non li vesta di vecchiume e di scontato, ma li presenti in tutta la loro freschezza, cosa che io mi riprometto di fare.

Alcune parrocchie non vogliono “L’Incontro”

Da qualche tempo forse, spero più per incomprensione che per gelosia, il nostro periodico sta trovando qualche difficoltà nell’essere accolto in certe chiese parrocchiali della nostra città. Mi verrebbe la tentazione di fare i nomi delle parrocchie del “gran rifiuto”. Quanto è sempre più facile che botteghe, bar e locali di ogni genere accettino il periodico, tanto avverto una certa diffidenza da parte di alcuni parroci nell’accettare nella propria chiesa una voce che intende essere riflesso del messaggio di Cristo, che però si incarna nel concreto delle problematiche esistenziali e non vuole volare nella stratosfera di verità fumose e che non impegnano per nulla.

“L’Incontro” non è e non vuol essere il portavoce di una parrocchia e perciò non può essere considerato come “illecita concorrenza”; né è pure la voce della Chiesa veneziana, ma intende solo rappresentare la rimeditazione del messaggio evangelico, attenta alle problematiche vive della nostra società. Intende inoltre contribuire, anche se marginalmente, alla incarnazione della Parola di Cristo nel contesto della nostra società e del nostro tempo. Il desiderio della redazione è quello di offrire un contributo, seppur modesto, per la rievangelizzazione del nostro territorio.

Dato poi che il periodico è distribuito gratuitamente, perché è finanziato non da lobbies che hanno obiettivi più o meno interessanti, ma dalla generosità di volontari che si impegnano a stamparlo e diffonderlo, è più appetibile ai concittadini dei periodici, anche di taglio religioso, che hanno un prezzo di copertina.

Riesce perciò incomprensibile che dei discepoli privilegiati di Cristo rifiutino questo strumento pastorale che rilegge, ogni settimana, il pensiero di Cristo e tenta di tradurlo nel contesto del nostro tempo e della nostra società.

A Mestre fortunatamente vengono diffusi altri periodici di istituzione religiosa ben più ricchi di contenuti, di notizie e di riflessioni de “L’incontro”, quali “Gente veneta”, “Famiglia cristiana”, “Il messaggero di sant’Antonio”, “Avvenire”, ecc. Credo però che, anche si sommasse il numero di copie di tutti questi giornali, non si raggiungerebbe complessivamente il numero di copie settimanali de “L’incontro”.

E’ chiaro che noi della redazione vogliamo rispettare le opinioni di ognuno, ma ci riesce difficile comprendere i motivi di queste resistenze, soprattutto quando certe realtà parrocchiali non riescono a “parlare” alla loro gente che con fogli piuttosto miserelli.

Un dispetto assai costoso!

In tempi assai remoti, quando ero cappellano a San Lorenzo, quando si trattava di comperare un qualcosa per una delle strutture della parrocchia io, che ho sempre amato il bello e che desideravo che gli ambienti usati dalla comunità fossero signorili, insistevo presso il parroco di allora, mons. Vecchi, perché l’arredo fosse elegante, pur convenendo con monsignore che costasse poco. Ricordo che un giorno gli dissi: «Monsignore, scegliamo un qualcosa di bello, ma che costi poco» Lui, con un atteggiamento un po’ sapienziale, mi rispose: «Ricordati, Armando, che il bello costa, il bello costa sempre!».

A tanti anni di distanza convengo con Monsignore che tutto quello che è valido ha un costo e tanto più è valido tanto più il costo è alto. Io mi innamoro felicemente delle cose di cui mi occupo, prendo delle cotte, per cui non riesco ad essere obiettivo e perciò facilmente non valuto le cose nel loro giusto valore.

Che io sia innamorato de “L’incontro” è fin troppo noto. Vi dedico anima e corpo, spendo tempo e denaro e, fortunatamente, ho dei riscontri veramente lusinghieri. Che “L’incontro” vada è sotto gli occhi di tutti; stampiamo un gran numero di copie, non credo che nessun periodico della città abbia una tiratura simile alla nostra, ogni giorno ricevo complimenti e consensi, le attività che realizziamo vanno sempre a buon fine ed ottengono successo.

Forse per questo sto pagando una maggiorazione di prezzo! Costo che però, nonostante gli insegnamenti di Monsignore, faccio fatica ad accettare.

Stampiamo “L’incontro” nella mattinata del lunedì, al martedì pomeriggio il periodico è, bene o male, in tutte le sessanta postazioni, al sabato quasi sempre abbiamo solamente le copie per la domenica, e la domenica sera non trovi più, neanche a peso d’oro, una copia. Sennonché il lunedì mattina, da un paio di settimane, mi ritrovo, prima a Carpenedo, poi in cimitero e a San Lorenzo, pacchi da 200 o 300 copie che qualcuno ha preso e poi ha riportato a tempi scaduti. Le copie de “L’incontro” li metto nel comparto dei “pregressi” e vanno via più speditamente che quelle “di giornata”, però la carognata dei “soliti ignoti” mi costa alquanto!

La lettera di quel carcerato che ho pubblicato a Pasqua

Nel numero di Pasqua de “L’incontro” ho creduto giusto, dopo una seria riflessione, pubblicare la lettera che un ergastolano scrive a Gesù in occasione della Pasqua. Un certo signor Giancarlo Zilio, veneziano approdato in campagna, m’ha inviato questa “lettera” con il suggerimento di pubblicarla. Devo premettere che questo signore pare abbia scelto come apporto di solidarietà e di carità cristiana quello di tenere corrispondenza con i carcerati. Già in passato avevo conosciuto un vecchio parrocchiano di via Lorenzago, che corrispondeva con i carcerati.

Il mio parrocchiano di un tempo era un cristiano tutto d’un pezzo, sano, saggio, virile e sapiente, un cristiano senza fronzoli e con i piedi per terra, che mi confidava che quella povera gente che doveva marcire in cella per tutta la vita, poteva sentire conforto nel dialogare con qualcuno che li riteneva ancora uomini e soprattutto fratelli, nonostante essi fossero consci d’essersi macchiati di crimini esecrandi e pure fossero convinti di dover pagare i loro delitti.

Il mio parrocchiano mi metteva pure in guardia sulle difficoltà e sui pericoli di tale apostolato, perché non tutti gli ergastolani sono “santi”!

Ho pubblicato la lettera di quel carcerato pensando che Cristo ha patito, è morto e risorto, proprio per tutti, anche per chi è all’ergastolo. Quel sant’uomo di don Primo Mazzolari, in una predica della settimana santa, parlò del traditore di Gesù chiamandolo “il nostro fratello Giuda”. A maggior ragione può essere fratello chi è in carcere.

L’ho pure pubblicata perché ritengo che la nostra società sia profondamente ipocrita quando dice che il carcere deve “rieducare”, mentre in realtà esso diventa una “punizione” senza prospettive di redenzione, o perlomeno c’è poco sforzo per riconoscere nell’uomo che ha pur sbagliato, una persona, un figlio di Dio, e dargli la possibilità di vivere, di sperare e di redimersi.

Non è giunta reazione di sorta a quella pubblicazione. Però chi me l’ha inviata mi ha scritto per ringraziarmi e lamentandosi che il suo parroco – più giovane e più elegante di me – e poi “Il Gazzettino” e “L’Unità” avevano lasciato cadere l’invito.

In aggiunta una signora è andata un po’ oltre dicendo che anche Gesù, quando ha parlato, è stato messo in carcere, arrivando a concludere che chi vuole incontrare il Maestro, deve andare in carcere per trovarlo.

Forse queste conclusioni sono esagerate, anche se a pensarci bene anche Gesù ha affermato: «Ero in carcere e tu …?»

Conclusione: ogni problema dell’uomo deve interessarmi e coinvolgermi e quello del carcere, della giustizia e di tutto il resto non posso, non debbo e non voglio delegarlo solamente alla magistratura e alla politica. Dio, nel suo giudizio, chiederà anche a me: «Dov’è tuo fratello?».