Finalmente!

In questi giorni, con mia infinita sorpresa, un mio collega, un po’ più giovane di me, prima a voce, poi per iscritto, mi ha manifestato la sua ammirazione per il “diario” che io vado scrivendo da una vita ma che lui ha scoperto solo recentemente su “L’Incontro” e mi ha pure incoraggiato a continuare per il bene della Chiesa di Mestre. La sorpresa è stata ancora più grande perché, sempre nella sua missiva, mi ha confessato che in passato non aveva nei miei riguardi una posizione del tutto positiva. Riaffermo che sono stato veramente sorpreso perché mai, o quasi mai, un collega sacerdote mi ha confidato di leggere i miei scritti, anzi più di uno ha proibito nel tempo che “L’Incontro” fosse in distribuzione nella sua chiesa.

Talvolta sono andato in crisi al pensiero che i miei colleghi reputassero pericoloso per i loro fedeli il mio messaggio e la mia proposta cristiana, che per quanto la giudichi in maniera critica, si rifà, o vorrebbe rifarsi, totalmente al messaggio di Gesù. E’ vero che non sono preoccupato di usare una terminologia e delle riflessioni troppo attente di piacere ai capi, ma nella sostanza ho sempre cercato di proporre una Chiesa libera, povera, aperta al confronto ed estremamente convinta della validità del suo messaggio.

Aldilà di qualche espressione un po’ decisa, credo di non aver mai sfiorano i limiti dell’ortodossia, comunque mai intenzionalmente ho voluto farlo. In molte occasioni, invece, m’è venuto da pensare – ma questo non è di certo virtuoso da parte mia – che certi colleghi e soprattutto certi parroci, temessero il confronto tra il nostro periodico e il loro foglietto.

Un carissimo amico, cristiano convinto e coerente, al quale ho confidato che il foglietto del suo parroco – che è appunto uno di quei parroci che rifiutano il nostro periodico – è veramente inconsistente, anzi desolante, mi ha fatto osservare che ognuno ha le sue doti particolari e perciò si deve comprendere anche chi è meno dotato. Ho trovato saggia e valida questa osservazione, però da un lato rifiuto chi si comporta da despota, o peggio da satropo nel suo territorio e dall’altro lato penso che far spazio a chi ti può dare un aiuto e fargli una supplenza, sia non solo intelligente, ma anche virtuoso.

Comunque sono stato contento di incassare questa approvazione che spero mi faccia da contrappeso alle critiche e ai rifiuti di altri “confratelli”.

Città amica

Ho imparato dal patriarca Roncalli che quando si ha a cuore un problema bisogna parlarne un po’ con tuti, perché da qualche parte c’è di certo qualcuno che è disposto a darti una mano; l’importante è incontrare questo qualcuno. Monsignor Vecchi mi ha poi ripetuto mille volte che i soldi meglio spesi per un prete sono quelli che lui investe nei mass media per passare il suo messaggio.

Penso di aver fatto tesoro di questi insegnamenti. Ho speso una barca di soldi per comunicare ai concittadini i miei sogni e i miei progetti. Ho speso un patrimonio per Radio Carpini, le riviste parrocchiali, il mensile “Carpinetum” e “L’Anziano”, il settimanale “Lettera aperta” ed ora “L’Incontro”. Dire che stampiamo e distribuiamo ogni settimana cinquemila copie del periodico può sembrare quasi una notizia banale; vedere però una pila alta un metro e mezzo di fogli A3 è tutt’altra cosa! Eppure ogni settimana si ripete anche questo “miracolo”.

Le spese sono davvero notevoli, ma il “ritorno” è di gran lunga superiore; se non fosse altro la ventina di miliardi spesi per i cinque Centri don Vecchi ne sono la riprova. Non passa giorno che qualcuno si offra di collaborare, che i funzionari delle varie società non agevolino le pratiche, che qualche altro non offra denaro, piante, mobili, tappeti. La superficie dell’ultima struttura è immensa, perfino troppo grande, però non c’è angolo che non offra qualcosa di bello.

Questo riscontro poi, a livello materiale è solo un aspetto, quello però a livello umano e sociale è di certo di gran lunga superiore. Non c’è luogo dove non incontri gente che mi saluta con affetto e deferenza, forse illudendosi che io sia un personaggio che in realtà non sono. Credo di riconoscermi solamente una certa coerenza, un impegno serio e costante al lavoro ed una disponibilità assoluta alle richieste del prossimo. Ho sempre preso sul serio la parabola della pecorella smarrita perché ho scelto che la sorte di nessuno mi sia indifferente. Sono pure convinto che da ognuno abbia qualcosa da ricevere e a cui donare.

Però, per fare tutto questo, bisogna abbassare il ponte levatoio, abbattere lo steccato attorno alle parrocchie, esser coscienti di avere il messaggio più valido e soprattutto aprire un dialogo con tutti. Io non mi sono mai arreso a pensare che la parrocchia sia costituita da quel 10, 15…… per cento che viene a messa alla domenica, perché tutti gli uomini indistintamente sono figli di Dio e fratelli nostri. Sono immensamente grato ai miei “maestri” e mi piacerebbe tanto poter passare anche ai colleghi vecchi e giovani, queste convinzioni che danno respiro alla vita.

06.07.2014

“L’Incontro” datato

A me pare di essere assolutamente cosciente dei miei limiti. Spero quindi che i miei amici mi permettano una confidenza e possano credermi. Per tutta la vita ho sempre sofferto perché mi è parso che mi si chiedesse qualcosa che superava le mie capacità. Anche ora nei miei sogni notturni spesso mi scopro angosciato perché mi pare di trovarmi in situazioni superiori alle mie forze.

Faccio questa premessa per confidare che la stesura di questo diario mi pesa sempre di più e, pur ricevendo fortunatamente molti consensi e molte approvazioni – che penso siano frutto più della bontà della gente che dei miei meriti – mi sono fissato, come termine della direzione del periodico, la fine di dicembre 2014. A tale data consegnerò la testata alla Fondazione Carpinetum qualora credesse opportuno darle un seguito.

Il mio odierno intervento mi viene dal fatto che gli amici più cari, talvolta sorridendo, mi interrogano sulla data della stesura di questa cronaca giornaliera che, normalmente, io scrivo un paio di mesi prima della sua uscita. Per uscire da questo equivoco voglio far presente che ogni giorno del mio “diario” riporta la data del giorno in cui fu redatto e perciò ogni lettore può incorniciare le mie considerazioni su quella data per capire meglio la mia lettura dei fatti e le mie reazioni agli eventi.

Devo poi aggiungere che le mie riflessioni sono più legate al contenuto che alla data e perciò dovranno essere valutate soprattutto in rapporto alla sostanza del discorso. Sono giunto a queste determinazioni un po’ perché butto giù le mie riflessioni quando ho tempo ed un po’ perché se mi trovassi a ridosso dell’uscita del periodico mi sentirei quasi paralizzato dall’urgenza e finirei per offrire un prodotto ancora più povero.

Col passare dei mesi forse per giustificarmi delle riflessioni che si rifanno ad eventi già datati, ho finito per vedere in questa scelta un potenziale vantaggio, cioè la capacità del discorso di andare oltre la contingenza dell’atmosfera dell’evento.

Per spiegarmi meglio vorrei fare un esempio: se un giorno sento il bisogno di fare in anticipo un discorso che prima o poi va fatto, cioè come e in che modo i discepoli di Gesù sono arrivati a scoprire il Risorto, penso che questo discorso possa valere sia vicino a Pasqua che molti mesi dopo.

Ho conosciuto un vecchio prete veneziano, mio insegnante di storia, persona molto intelligente e anticonformista per antonomasia, il quale comperava ogni giorno il Gazzettino e lo metteva sulla sua scrivania per leggerlo uno o due mesi dopo. Diceva a noi: «Solo così ci si rende conto della differenza che passa tra ciò che è effimero e ciò che invece ha valore». Quell’insegnante che usava questo metodo, comunque si dimostrava persona quanto mai saggia.

Mi auguro che questo metodo che io sono costretto a scegliere mi porti allo stesso risultato.

05.05.2014

Il diario

L’espediente del diario per dialogare con i fedeli e i concittadini non è certamente una mia invenzione. Questa forma letteraria è antica quanto il mondo; essa ti dà modo di riflettere sul quotidiano, dare una interpretazione su ciò che accade nella società in cui vivi, lanciare dei messaggi e soprattutto passare dei valori che ritieni validi per te e per i fratelli.

Io ho cominciato più di una trentina di anni fa, perché sentivo il bisogno di parlare di quello che mi interessa ed offrire un parere anche a chi non viene in chiesa. Legare poi le tue riflessioni e le tue proposte a qualcosa di concreto, di conosciuto a chi scrive e a chi legge, stuzzica sempre la curiosità.

Sono convinto che le fortune de “L’Incontro” rimarrebbero incomprensibili e misteriose al di fuori di questa lettura. Io poi ho una scarsa cultura ed un’intelligenza mediocre, quindi il riflettere pubblicamente, in maniera semiseria, su ciò che riguarda la vita, mi facilita il compito di proporre i valori in cui credo, senza dover battere le strade monotone e barbose della predica o quelle, per me troppo ardue, del “saggio” o di una “critica” seria e documentata.

Di certo incontro molte difficoltà, un po’ per il mio limite, un po’ perché non mi è sempre facile individuare argomenti appetibili e più di un po’ per la mia veneranda età che mi ripete sempre più di frequente “don Armando è ora di smettere!”. Per adesso mi sono posto il limite al 31 dicembre 2014. Il guaio è però che anche all’inizio dell’anno scorso mi ero posto un limite ed io, pur affaticato e preoccupato, ho fatto l’orecchio da mercante pensando, o illudendomi, che questo è quello che ancora posso fare per “il Regno” e per i miei fratelli.

In questi giorni, a questi morsi della coscienza si sono aggiunti altri due motivi assai significativi. Mia sorella Rachele, che mi aveva chiesto qualcosa da leggere, mi ha riportato il volume del prete ravennate don Francesco Fuschini, “L’ultimo anarchico”, diario di un parroco “di Valle”. Questo libro io l’ho letto una decina di anni fa, ma ritrovandomelo tra le mani l’ho sfogliato qua e là. Questo sì che è un diario con i fiocchi!

Don Fuschini, morto assai anziano una decina di anni fa, ha fatto il prete in una terra repubblicana, anarchica, mangiapreti ed atea. E’ un vero letterato, ha uno stile arguto, intelligente, è capace, come un vero artista, di fare il quadro di ogni situazione con quattro pennellate sicure e di effetto. Questo sì che è un “diario”!, altro che il mio sbrodoloso, scontato e pedante. Il secondo diario, letto anche quello tanto tempo fa, è di Etty Hillesum, l’ebrea olandese finita in un lager nazista. Questa intellettuale, ebrea di razza ma non credente, ritrova la fede, l’amore per il prossimo pur in quell’inferno che ha ingoiato sei milioni di ebrei e che ha rappresentato nel novecento le tenebre dell’umanità, scrive delle pagine sublimi, soffuse di speranza in un tempo in cui c’era spazio solamente per la disperazione.

Cari amici, sono io per primo a consigliarmi di metter in un canto “L’Incontro” per leggere qualcosa che possa donare sapienza e bellezza.

18.02.2014

Una bella batosta!

La nostra tipografia stampa diversi periodici: il settimanale “L’Incontro”, l’altro settimanale “Il messaggio di Papa Francesco” e l’altro ancora di carattere liturgico “L’incontro domenicale col Padre”, il mensile “Sole sul nuovo giorno” ed almeno un paio di volumi l’anno, oltre un libro di preghiere del quale siamo giunti alla trentesima edizione. Questa tipografia occupa due stanze dell’interrato del “don Vecchi”. Col tempo ha preso una certa consistenza; dispone infatti di due macchine da stampa a due colori, di una fotocopiatrice che stampa in quadricromia, una macchina piegatrice, una taglierina industriale ed un’altra macchina ancora per la confezione dei volumi ed un impianto computerizzato. Praticamente disponiamo di una struttura, sempre a livello artigianale, ma quanto mai funzionale ed efficiente. Soprattutto essa può contare su una dozzina di tecnici volontari ormai esperti e fedeli.

Senonché, alcune settimane fa, una delle macchine per la stampa ha cominciato ad incepparsi (stampava sei sette fogli e poi uno in bianco). Abbiamo chiamato al “capezzale dell’infortunato” il signor Denis della Veneta duplicatori, che è un po’ un mago di questi strumenti: pulì il rullo, sostituì qualche aggeggio, poi dopo un lungo auscultare e premere il fatidico “33”, esaminò il contacopie ed emise infine la sentenza per noi angosciosa, ma per lui lieta: “E’ saltata la centralina elettronica che è il cervello della macchina”. Gli chiediamo preoccupati: «Ma non si può sostituire?». «No, la centralina è il cuore della macchina, ha fatto un infarto, ma era la sua ora!».

La macchina ha stampato quattro milioni – dicasi quattro milioni! – di copie. Fu giocoforza ordinarne una nuova se volevamo continuare a contattare e dialogare ogni settimana con almeno ventimila concittadini.

Il costo della macchina nuova? Tredicimila euro!
Sono tanti e poi tanti, tredicimila euro, però se l’è guadagnata. Sono convinto che se già si sta pensando al “don Vecchi sei” e se ora più di cinquecento anziani possono vivere in appartamenti comodi, potendo fruire di tanti spazi di socializzazione e soprattutto alla portata delle loro limitate risorse economiche, questo lo si deve anche a quella povera macchina che s’è spenta lavorando sodo. Mestre pian piano sta diventando una città sempre più solidale perché pure quella macchina ha dato volto al nostro messaggio.

Lunedì scorso sono sceso per salutare i meravigliosi operatori e fin dalle scale ho sentito il tipico rumore della nostra nuova “rotativa”. Mi è sembrato di sentire una delle più belle sinfonie di Beethoven!

01.02.2014

La ricchezza della diversità

Moltissimi anni fa, con monsignor Vecchi, sono stato a Brescia per vedere come una delle parrocchie più importanti stava affrontando il problema dei senzatetto che vagano nelle grandi città. Era il tempo in cui a San Lorenzo stavamo progettando Ca’ Letizia; e la visita fu certamente utile nei riguardi di questo problema di ordine pastorale.

In quella occasione ebbi modo di partecipare anche ad un incontro di giovani appartenenti al movimento “Comunione e liberazione”, fondato dal prete milanese don Giussani. La riunione aveva luogo nell’oratorio parrocchiale. Non ricordo il tema affrontato però, a parte il fatto che il gruppo dei giovani era molto folto e composito – c’erano universitari e pure lavoratori – fui colpito dal modo in cui si svolgeva l’incontro. Una volta impostato brevemente dal conduttore l’argomento, i presenti chiedevano, uno ad uno, la parola, per portare il contributo personale, però non solamente non era prevista la replica di altri, meno ancora il dibattito, ma neppure osservazioni negative o positive su quello che chi era intervenuto aveva detto.

Quando chiesi al responsabile il perché di questo metodo strano, mi rispose che così si evitava la polemica che, secondo lui, non arricchiva il dibattito, mentre così ognuno aveva modo di confrontare pacatamente le sue opinioni con quelle degli altri.

Più volte ho tentato di usare questo metodo negli incontri che ho presieduto, però non ci sono mai riuscito.

A me capita di fare ne “L’incontro” delle affermazioni frutto di una faticosa ricerca personale, però sempre avverto che ci sono lettori che mi tirano per la manica pretendendo che non dica, o meglio scriva, quello che a loro non sembra giusto.

Io so di non avere la verità in tasca, so pure di non essere un luminare del sapere e neppure un esperto, ed affermo anche che sono sempre disposto a cambiare idea quando giungo alla conclusione che quella degli altri è più valida e più saggia della mia, però mi vien da dire: «Lasciatemi dire quello che ritengo giusto, non ha importanza se voi non lo condividete; se credete opportuno tenetene conto, oppure tirate diritto per la vostra strada».

Ripeto ancora che il confronto corretto e la diversità sono sempre un arricchimento.

15.01.2014

L’ultima impresa

Per inizio gennaio 2014 uscirà l’ultimo volume del diario: quattrocento e più pagine di “pensieri vaganti” di un vecchio prete, sotto il titolo “Crepuscolo”. Se duro ancora un poco mi troverò in difficoltà per trovare titoli capaci di inquadrare la mia “avventura umana”. I miei meravigliosi amici collaboratori sono stati così bravi che il nuovo volume potrebbe uscire anche prima che termini il 2013. Come al solito non mi sono sentito di chiedere a nessuno di farmi la prefazione, perché sono fin troppo conscio dei miei limiti e perciò non ho voluto mettere alcuno nella situazione di dire qualche bugia adducendo motivi di lode che in realtà non merito assolutamente.

Alcuni anni fa, in una circostanza analoga, ho scritto che mi trovavo ad un bivio: o seguire l’esempio di Reagan che, avvertendo l’avvicinarsi delle nebbie della vecchiaia, si congedò dal suo Paese e si spense in silenzio e in solitudine, o seguire Papa Wojtyla che si aggrappò alla sua missione fino all’ultimo respiro. Finora ho seguito l’istinto del grande pontefice polacco e perciò sto copiando la scelta di un mio amico che, ammalato di cancro, mi confidò che voleva che “la morte lo incontrasse vivo”.

Per ora ho deciso così, ma potrei anche cambiare idea o essere costretto a farlo. In realtà desidero accettare l’una o l’altra delle soluzioni che la vita, o meglio la Provvidenza, mi imporrà. Per ora, conseguente alla scelta di Papa Wojtyla, confido agli amici che sto lavorando ad un nuovo progetto editoriale. L’ansia di portare il messaggio a tutti, che in passato mi ha determinato a far nascere il settimanale “L’Incontro”, “La liturgia della domenica” e il mensile “Il sole sul nuovo giorno”, mi sta spingendo, assieme ad alcuni amici, a dar vita ad un nuovo periodico che riassuma i discorsi di Papa Francesco. Gli interventi del Papa sono così vivi, freschi, genuini, accattivanti, che ci è parso ingiusto che non giungano all’attenzione della nostra gente.

E’ vero che i giornali e la televisione ce ne informano, ma lo fanno quasi sempre mediante una battuta, però non sempre questa ne esprime tutta l’importanza e la ricchezza. Il nuovo periodico uscirà come supplemento de “L’Incontro” e avrà come testata “Il messaggio di Papa Francesco”. Sarebbe stata nostra intenzione inserirla a taccuino ne “L’Incontro” però, per motivi anche economici, per ora tenteremo di stamparne un numero contenuto di copie, ma se il foglio incontrerà il favore del pubblico, solo allora provvederemo ad una soluzione più consistente. Per ora ringrazio il Signore per questa nuova avventura pastorale che mi auguro possa offrire a tante più persone l’insegnamento del Papa.

20.11.2013

Un posto nella storia patria

Facendo per moltissimi anni l’assistente degli scout, ho assimilato una massima del fondatore dello scoutismo il quale insegna ai suoi ragazzi: “Vivete la vita come un bel gioco!”. Il lord inglese aveva ragione: pigliando la vita da questo verso, essa diventa davvero divertente.

Vengo al motivo di questa premessa. Un paio di settimane fa ho ricevuto una lettera intestata “Ministero per i beni e le attività culturali – Biblioteca Nazionale Marciana” – con sopra lo “stellone” d’Italia – con cui la dottoressa Maria Michieli mi chiedeva di inviare “L’Incontro” alla Biblioteca Marciana perché potesse essere inserito nella sezione “Periodici”. La dottoressa continuava affermando che la biblioteca è frequentata da tantissimi studiosi di cose patrie.

Stando a quello che io reputavo pressoché un gioco o uno scherzo di qualche birbone che si divertisse a prendermi in giro, inviai “L’Incontro” a quell’indirizzo, accompagnando la copia con una lettera in cui affermavo che ero ben conscio dell’umiltà del nostro periodico, una piccola rivista che, sì, va a ruba in città, ma che non ha alcuna pretesa a nessun livello. Senonché questa mattina, tornando dalla messa in cimitero, ho trovato una seconda lettera, manoscritta, proveniente dalla Marciana, di questo tenore, lettera che trascrivo letteralmente:

Gentile don Trevisiol,
La ringrazio della Sua sollecita risposta e dell’invio del giornale.
Sarà cosa molto gradita poter ricevere la raccolta rilegata de “L’Incontro”: lo scopo principale di questa biblioteca è, oltre ad aiutare gli studiosi nelle loro ricerche, raccogliere e conservare testimonianze per i posteri. Ed è spesso nelle cose modeste e umili che gli storici trovano notizie ricche e significative per i loro studi.
Mi farà molto piacere, quando Le sarà possibile, venire a conoscerLa di persona e visitare il Centro don Vecchi.
La ringrazio ancora e saluto cordialmente.
Maria Michieli

La cosa sta divertendomi alquanto, da un lato perché mi è venuto da pensare: “Vuoi vedere che mi capita di venir ad occupare un posticino nella cultura del nostro Paese?”, e dall’altro lato perché il “ragazzino” che è rimasto in fondo ai miei 84 anni mi spingerà di certo a pubblicare, prima o poi – ma forse prima che poi – un talloncino di questo tenore: “Avvertiamo i lettori che desiderano leggere qualche numero pregresso de “L’Incontro” di rivolgersi alla Biblioteca Marciana ove, nella sezione `periodici’, si può trovare tutta la raccolta de “L’Incontro”, in volumi annuali rilegati in tela verde, a partire dal 2005 fino ad oggi”.

Non ho fatto tanta carriera ecclesiastica, comunque mi sono conquistato un posto nella storia!

26.06.2013

“Troppa grazia, sant’Antonio!”

Da sempre punto e spero di ricevere “la mercede” del Signore per il mio impegno pastorale. Questa però è una mia scelta obbligata perché in questi ultimi dieci anni, pur non avendo mai ricevuto un centesimo, e meno che meno un riconoscimento per la stampa e la diffusione del nostro settimanale da parte della Chiesa veneziana, con un gruppetto di volontari abbiamo continuato imperterriti, settimana dopo settimana, senza pausa alcuna, a stampare cinquemila copie de “L’Incontro”. Di certo “L’Incontro” nel mondo religioso mestrino è il periodco più diffuso e il più letto. E nel campo della stampa indipendente non so se neppure “Il Gazzettino” abbia, a Mestre una tiratura pari.

Dicono – ma io non ci credo – che ogni giornale o rivista possa contare su almeno quattro lettori alla copia. Anche se non fosse così, ogni settimana abbiamo la possibilità di parlare a cinquemila concittadini di ogni estrazione sociale, infatti il nostro periodico è diffuso più nei bar, nelle banche e nei negozi di ogni genere, che nelle chiese. Se però fosse vero ciò che si dice nel mondo della comunicazione sociale, vorrebbe dire che ogni settimana riusciamo ad avere più fedeli “alla nostra predica settimanale” che tutti quelli delle 32 parrocchie messi assieme.

Forse questa è una nostra illusione, però non ci siamo mai illusi sulla modestia del nostro periodico che è di certo un “re settimanale”, però in un “mondo di periodici poveri grami” qual’è quello della stampa parrocchiale. Senonché qualche giorno fa è arrivata una e-mail dalla “Biblioteca Nazionale Marciana – ufficio periodici” in cui mi si fa esattamente questo discorso: ” Gentile don Armando, la prego di voler inserire il nominativo di questa Biblioteca nell’indirizzario de “L’incontro”, anche per far conoscere ad un più vasto pubblico il giornale che terrà esposto al pubblico degli studiosi che quotidianamente frequentano la sala di lettura della Marciana. La ringrazio fin d’ora. Firmato: dottoressa Maria Michieli”.

Confesso che ho avuto un sobbalzo di orgoglio. Che “L’Incontro” entri nei sacri scaffali della “Marciana” per “sedere” assieme ai volumi che la Serenissima raccoglie da secoli, era proprio una cosa che non mi sarei mai aspettato!

Ho provveduto subito ad “aumentare” del 30% il prezzo di copertina (la cosa varia solamente da un punto di vista ideale perché “L’Incontro” è gratuito e continuerà ad esserlo!).

i timori di un vecchio prete

Tante volte mi capita di invidiare chi parla o scrive bene. Più volte ho fatto l’esame di coscienza chiedendomi se questa invidia sia solamente invidia per orgoglio o vanagloria o sia, piuttosto, come io spero, “santa invidia” per non essere capace di offrire il messaggio cristiano in maniera bella e convincente.

Per quanto riguarda lo scrivere, mi giunge una serie di giornali e riviste, spesso ben fatte e con una prosa limpida, scorrevole e convincente. Proprio venerdì scorso ho pensato a tutto questo tenendo tra le mani “Gente Veneta”, di cui è direttore mio nipote, don Sandro Vigani. Il giornale è pieno di notizie su molti argomenti affrontati in maniera brillante, l’impostazione grafica è piacevole, moderna, tanto che se confronto il giornale della diocesi con il mio “Incontro”, il primo è pari a quello di un gigante in confronto a quello di un piccolo nano. Mentre “Gente Veneta” è un vero giornale vario, serio, intelligente, con belle e convincenti argomentazioni, “L’Incontro” è talmente povero da arrossire di metterlo accanto, pur costandomi tanta fatica e tanto denaro.

Talvolta mi è capitato di pensare a Giuliano Ferrara e al suo “Foglio”, in cui lui fa da mattatore, però nel “Foglio” c’è cultura, intelligenza, argomentazioni brillanti, mentre ne “L’incontro” tutto è povero e disadorno.

Ogni giorno di più mi chiedo se valga la pena impegnare tanta fatica e tanto denaro per risultati così modesti. Ho sempre avuto coscienza dei miei limiti, però essendo convinto che il messaggio non lo possiamo lasciar morire di inedia nelle nostre canoniche o nelle nostre sagrestie, ho osato, e forse mi sono messo in un’impresa più grande di me.

Un tempo c’era l’entusiasmo e qualche guizzo felice, mentre ora mi appare tutto tanto piatto e scontato. Talvolta mi voglio illudere che sia una crisi passeggera, però essa dura ormai da troppo tempo e d’altronde non vedo attorno qualcuno che possa sostituirmi. Spero quindi che si affacci all’orizzonte qualche bella intelligenza che con una penna felice faccia rifiorire questo sogno pastorale. Io sarei ben contento di tenere, come Mosè, le mani alzate in preghiera per chi volesse continuare questa “santa battaglia”.

Garantisco fino agli 85 anni

Al lunedì mattina scendo nell’interrato del “don Vecchi”, ove una decina dei miei ragazzi-scout di più di mezzo secolo fa, stampano le cinquemila copie de “L’incontro”, facendo girare a tutto vapore le due “rotative”. Nessuno può immaginare con quanto piacere incontro questo gruppetto di “ragazzi” che dedicano un’intera mattinata alla stampa del settimanale, quanto mi faccia piacere vedere il cameratismo, la cordialità, il senso dell'”impresa e d’avventura” che anima questi pensionati. Spero di averli aiutati anch’io a capire quant’è importante a questo mondo “servire” a qualcuno o a qualcosa.

Mi vergogno un po’ a dirlo, però talvolta mi vien da pensare che loro siano “i pezzi” meglio riusciti del mio impegno di tempi così lontani, se a settant’anni e più si divertono ancora come ragazzi a seminare nell’intera città questo periodico che rappresenta ogni settimana un’autentica “avventura” per la sessantina, settantina di appartenenti alla terza e quarta età che ne sono coinvolti.

Ogni volta che scendo in tipografia ritorno felice come un bambino e ogni volta uno o l’altro ha sempre qualcosa da raccontarmi, qualcosa che mi consola e mi fa dimenticare che a ottantaquattro anni avrei diritto alla “pensione definitiva”.

Questa mattina Oscar, il vecchio capoclan, mi ha raccontato che era appena tornato da Rimini, dove aveva partecipato ad un convegno di quindicimila aderenti al movimento “Rinnovamento dello spirito”. Appena mi diede questa notizia ho immediatamente capito che c’era stato di certo lo zampino di Donata, sua moglie, la ragazzina tutta pepe e sale che ogni tanto mi faceva leggere qualche pagina del suo diario, attraverso il quale raccontava a “Miche” le sue avventure di adolescente.

Finché potrò continuare a raccogliere confidenze ed esperienze del genere potrò dire a quei giovani preti, che ci sono ancora, che vale la pena giocarsi tutti sul mondo dei ragazzi e dei giovani, e ai preti più anziani che almeno fino agli ottantacinque anni si possono fare e vivere esperienze ed eventi quanto mai interessanti quando si investe sul volontariato.

Pensieri “in congelatore”

La gente è buona con me. Se penso che fra le migliaia di persone che ogni settimana leggono “L’incontro” (ne stampiamo cinquemila copie ogni settimana) finora non ce n’è stata una sola che mi abbia detto: «Don Armando, lei è in ritardo sul tempo con le sue riflessioni»! Mi pare questo un atto di immensa gentilezza.

Le mie riflessioni sulla vita, quando va bene, sono in ritardo almeno di un mese ed oltre. Perché? Non è che pensi e reagisca a scoppio ritardato, anzi la mia emotività è rapida, anzi immediata. Il mio ritardo sul tempo, però, è dovuto a tre motivi diversi.

Il primo è tecnico. La filiera attraverso la quale il settimanale vede la luce è laboriosa e lenta: giornalisti che hanno mille altre occupazioni; inserimento in computer e correzione dei testi (li fa una signora che ha casa, marito, figli e nipoti); impaginazione da parte di almeno quattro tecnici (che hanno una loro occupazione e quindi nel dopocena compongono un pezzetto per ciascuno e poi lo assemblano); suor Teresa che “traduce” il tutto in striscioline con cui io compilo il menabò; ricorrezione dei testi ed infine il capotreno, signor Giusto (che si occupa di mille e una cosa) che inserisce le foto. Poi c’è la stampa, la piegatura e la distribuzione. Vedete quindi che il percorso è lungo e tortuoso!

Seconda cosa: io sono vecchio e, per la mia età, sono sovraoccupato; ho anche il limite che se mi trovo all’ultimo momento senza aver buttato giù i miei pensieri, mi paralizzo e vedo buio davanti a me.

Terzo: sono convinto che ciò che “ha consistenza” non teme il passare del tempo. Il prof. Angelo Altan, mio insegnante in liceo, ci diceva che lui, per scelta, leggeva “Il Gazzettino” almeno una settimana dopo la sua uscita perché così le notizie si decantavano e vedeva subito quello che valeva la pena leggere.

Quindi “confesso a Dio e a voi fratelli” che le cose stanno così e perciò non mi è proprio possibile fare altrimenti. Gli argomenti che tratterò questa settimana sono tutti abbastanza lontani e già abbondantemente “bruciati” per i mass media normali. Però vi dico, in confidenza, che io non mi sono mai preoccupato e non voglio preoccuparmi dell’opinione pubblica, della moda, dei ritmi dei mass media; io desidero confrontarmi con la mia gente sulla vita e su quello che vi accade, sperando così di offrire un piccolo contributo perché ognuno ne possa trarre qualcosa di utile e vantaggioso. Tutto questo non mi costa fatica e per di più non mi par poco.

Positivo accordo

Proprio in quest’ultimo tempo, grazie alla mediazione del dottor Blascovich, che è uno dei responsabili della “messaggeria” che distribuisce “L’Incontro” alla sessantina di postazioni presso le quali, fin dai primi giorni della settimana, è reperibile regolarmente il nostro periodico, si è giunti ad un concordato fra la redazione di “Comunità e Servizio”, che è la testata della rivista della parrocchia di San Giuseppe di viale San Marco e quella nostra. Il patto sancisce che “Comunità e Servizio” sarà esposto in una delle chiese del cimitero e “L’Incontro” sarà esposto nell’ultima chiesa di viale San Marco, che ha come santo protettore San Giuseppe.

Non nascondo che questo accordo mi ha fatto molto piacere perché dovrebbe sempre potersi trovare un punto di incontro anche se ci fossero stili ed indirizzi diversi, piuttosto che chiudere la porta al confronto, che è sempre un fatto positivo ed arricchente per tutti.

Questa volta la cosa è stata certamente possibile perché il parroco di San Giuseppe è una persona intelligente ed aperta al dialogo, ma soprattutto perché quella comunità esprime un “foglio parrocchiale” che ha un suo stile, una linea redazionale e dei contenuti, mentre questi accordi non si realizzano mai quando ci sono parrocchie con “bollettini” pressoché insignificanti, perché poveri di contenuti e malandati nella loro strutturazione. In questi ultimi casi è più che evidente che i relativi responsabili non riescono a sopportare “la concorrenza”.

Le due “riviste”, “Comunità e Servizio” e “L’Incontro” hanno poi in comune la rubrica “Il diario”: il primo di un giovane parroco zelante e pio, con uno stile affabile e conciliante, il secondo che porta il riflesso di un vecchio prete, quale io sono, angoloso, critico e particolarmente sensibile alle problematiche sociali e al confronto religioso.

Sono convinto che sia ai parrocchiani della parrocchia di San Giuseppe che ai fedeli del cimitero farà certamente bene cogliere la vita spirituale vista sia da destra che da sinistra, anche se questi termini sono assolutamente impropri. Il confronto farà bene perché chi vive la religiosità nell’intimo della sua coscienza avrà giovamento nello scoprire l’altro lato della medaglia e a chi è abituato a cogliere l’aspetto orizzontale della sua fede, farà bene cogliere anche quello verticale.

A parte il fatto che in tutti gli ambiti in cui vivono cristiani ci sono persone che per natura o per scelta prediligono una o l’altra chiave di lettura della religione, è cosa buona che ognuno possa conoscere e valutare il pensiero di chi non condivide il suo modo di ragionare, infatti il poter cogliere l’altro lato della medaglia, ossia di chi la pensa diversamente è sempre positivo ed arricchente!

Nessuno è profeta

Per Capodanno ho ricevuto una lettera, che trascrivo, da parte di un confratello, parroco di una grossa comunità della diocesi di Padova, collega che molto tempo fa, essendo venuto a conoscenza de “L’incontro”, mi ha chiesto il favore di inviarglielo. Questa lettera mi è stata molto di consolazione e di conforto perché credo che non mi sia mai capitato di ricevere un segno di consenso, e meno ancora di complimento, da parte di alcun prete della mia diocesi.

A dir il vero, appena arrivato in diocesi, il cardinale Scola, avendo letto qualche numero del periodico, m’aveva detto che esso era uno strumento quanto mai valido a livello pastorale e mi aveva incoraggiato a continuare. Poi però, dopo “l’incidente” delle vacanze del Papa (quando, avendo appreso dai giornali che queste vacanze avevano un costo – almeno per me – enorme, esorbitante e quindi inaccettabile per un cristiano, avevo manifestato il mio dissenso su “L’incontro”, intervento che la stampa nazionale aveva ripreso dandogli un risalto eccessivo) il vecchio Patriarca non era più tornato sull’argomento del periodico. Mentre c’è stato il silenzio e, talvolta, qualche critica dei colleghi, ho sempre raccolto tanti consensi dai cristiani comuni.

Ora m’è giunta questa lettera che mi conforta facendomi sperare che anche a questo riguardo sia valida l’affermazione evangelica che “nessuno è profeta in casa propria”. Ed ecco la lettera da cui tolgo, per discrezione, ogni elemento di riferimento.

03.01.2013
Carissimo don Armando,
voglio ringraziarla per il dono che mi fa ogni settimana col suo “L’incontro”. La ammiro per la sua parola sincera, libera e carica della passione del Pastore che ama tutti, particolarmente le “pecore” più deboli, come gli anziani. Questo è di stimolo anche per me a dedicarmi con amore e predilezione a questa categoria di persone.
Spero nella sua buona salute e gliela auguro di cuore. Prego con lei e per lei, perché il Signore esaudisca ogni suo desiderio di bene.
Conto sempre sulla sua amicizia, come io le assicuro la mia.

Autoreferenziale

Fino ad una decina di anni fa non sapevo neppure cosa significasse il termine “autoreferenziale”; infatti non mi era mai capitato di imbattermi nelle mie letture, in questa locuzione. Lo sono venuto a sapere in un’occasione non troppo felice.

Un mio diretto collaboratore, un giorno in cui mi manifestò apertamente il suo dissenso sul mio modo di condurre la parrocchia, quando tentai di fargli osservare che con quell’indirizzo avevo ottenuto più di qualche successo, mi buttò là una risposta con cui mi pareva che liquidasse la questione, dicendomi che io avevo una mentalità ed un comportamento autoreferenziale. Capii poi, un po’ alla volta, che quella parola significava il ritornare, con qualche compiacimento, su qualche risultato vero o presunto, che uno pensava di aver ottenuto con le sue scelte.

Non ho mai consultato il vocabolario per vedere se il termine significasse proprio questo, ma comunque, da quell’occasione, sono sempre un po’ guardingo e prudente quando mi capita di valutare qualche mia “impresa”.

Questo discorso mi è venuto a galla quando, qualche giorno fa, i “miei ragazzi” che stampano “L’incontro”, mi hanno portato a conoscenza di qualche cifra. Infatti mi hanno riferito, alla chiusura del 2012, che lo scorso anno sono state stampate duecentoventimilaquattrocento copie de “L’incontro”, pari a duemilioniseicentoquarantaquattromilaottocento pagine.

A sentire queste cifre, confesso che ho provato un sentimento di soddisfazione, ma subito ho temuto che si trattasse di quella autoreferenzialità di cui mi accusava il mio cappellano.

Non so se questa autoreferenzialità sia un peccato grave, ma confesso pure che ciò non mi ha provocato né rimorso né pentimento. Superiori e colleghi si guardano bene dal complimentarsi per la nostra iniziativa pastorale di evangelizzazione – o preevangelizzazione che sia – tramite “L’incontro”.

E’ vero che in un “mondo di ciechi un monocolo è re”, perché a Mestre, se si eccettua “Piazza maggiore” del duomo di San Lorenzo, non avverto concorrenza di sorta, per quanto pallida, di periodici che si collochino pressappoco sulla stessa linea editoriale sui risultati de “L’incontro”.

Comunque la simpatia della gente – che è quello che ci interessa di più – è una gratificazionne che, referenzialità o meno, mi fa ringraziare il Signore per averci dato la possibilità di una semina così larga e di una resa più che soddisfacente.