La voglia di lavorare che non c’è

Al don Vecchi riusciamo a mantenere rette assolutamente imbattibili curando una gestione particolarmente parsimoniosa, anche negli aspetti più marginali dell’economia di questo complesso che ospita 230 residenti.

Una volta o l’altra credo che sarà opportuno pubblicare i costi di alloggio di tipologia diversa con la speranza, o più giustamente, l’illusione di calmierare i prezzi di strutture simili alla nostra.

Ad esempio per tutto ottobre e novembre, tutto il parco è stato rallegrato dai crisantemi di ogni foggia e di ogni colore. Il segreto di simile ricchezza floreale è però molto semplice; a novembre e dicembre dello scorso anno ho raccolto pazientemente le piante di crisantemo che la gente ha buttato nei cassonetti del cimitero, perché sfiorite. Due uomini le hanno piantate con poca speranza che sopravvivessero al gelo, ma forse solo per accontentare questo vecchio prete ostinato. I crisantemi invece sono sopravvissuti al gelo invernale e al caldo estivo e tutti i viali sono stati in fiore. Mentre i crisantemi stanno ormai sfiorendo dopo due mesi e più di magnificenza, già dei deliziosi fiorellini bianchi, che durano fino ad aprile inoltrato, sono già sbocciati. Una vecchia signora ha raccolto le sementi le ha piantate ed ora le tenere pianticelle sono pronte per la fioritura.

Ci sono però certi lavori un po’ più pesanti che i miei vecchi non hanno più forza di affrontare. Da mesi sto cercando invano qualcuno che voglia donarci qualche oretta dopo il lavoro con cui si guadagna da vivere; noi avremmo ricambiato il piacere certamente con qualche dono. Nonostante la crisi finanziaria da tutti temuta, pare che nessuno abbia voglia di fare un’opera buona o di arrotondare la pensione o la paga mensile.

L’Italia ha mille magagne ed è pressata da mille difficoltà, ma soprattutto pare abbia definitivamente perduto la voglia di lavorare e di far del bene e questo credo sia ancora più preoccupante del crollo dei titoli in banca!

La religiosità al don Vecchi

Il don Vecchi, tutto sommato è una piccola parrocchia, con tutti i pregi e i difetti che hanno attualmente le parrocchie.

Il parroco poi di questa comunità, pur non essendolo io da un punto di vista canonico, vive tutti i drammi che affliggono e tormentano i parroci di questa nostra povera terra.

A cominciare dalla frequenza alla messa festiva; al don Vecchi superiamo di poco quella che registravo a Carpenedo.

Nella parrocchia, che ho lasciato tre anni fa, raggiungevamo il 42%, mentre al don Vecchi forse passiamo di poco il 50%, pur potendo partecipare alla messa senza affrontare il caldo d’estate e il freddo d’inverno!

Prediche, inviti, suppliche cadono tranquillamente nel vuoto con i pretesti di sempre: partecipo più intimamente e con più devozione alla S. messa in televisione, vado a messa in qualche altra chiesa ecc.

Per quanto riguarda la moralità anche se un detto popolare afferma che “quando il corpo si frusta, l’anima si lustra”, mi sembra che al don Vecchi il detto spesso non sia applicabile.

Per non parlare della solidarietà, principio validissimo e accolto con favore finché si tratta di ricevere, mentre c’è molto meno entusiasmo quando si tratta di offrirla la solidarietà.

Spesso sono costretto a rifugiarmi nelle parole di San Paolo che invita a “insistere con ogni mezzo e tempo e fuori tempo” per avviare le anime a Dio.

A giorni inizierò la visita annuale alle famiglie dei residenti per non lasciare nulla di intentato, ma finirò poi di affidare al Signore questi parrocchiani poco fedeli, nella speranza che faccia Lui!

Il don Vecchi ter: una piccola Nomadelfia del Veneto

Don Zeno giustamente è passato alla storia per la sua Nomadelfia, la “cittadina” alla periferia di Grosseto, che da un campo di concentramento italiano è diventata “la città dei fratelli”, comunità che ha come obiettivo l’assoluta solidarietà.

A Nomadelfia le famiglie sono composte da un “padre” ed una “madre” volontari che si fanno carico di una nidiata di bambini alla deriva, rifiuti di questa società senza valori e senza ideali.

Il valore fondante di questa singolare comunità, è che l’amore supplisce ad ogni deficienza e risolve ogni difficoltà, questo valore trova la sua pratica attuazione nel “codice civile” che assume come norma di convivenza i dettami del Vangelo.

Attualmente Nomadelfia, mi pare, conta 350 abitanti, divisi in una serie di famiglie, con una scuola autonoma, una economia solidale ed una vita serena che si rifà in tutto al messaggio di Gesù, assunto nella sua integrità.

Don Zeno era un uomo eccezionale, un prete libero, coraggioso e generoso fino alla temerarietà, un prete fuori serie, di una specie rara della quale ne nascono cinque o sei al massimo al secolo!

Io non ho né l’originalità di pensiero, né il coraggio, né la generosità di questo campione; mi limito solamente ad ammirarlo e tentare di copiarlo per quanto riesco. E’ ben chiaro che è l’opera d’arte che ha valore, la copia conta un millesimo soltanto del capolavoro e raramente riesce a riprodurre fedelmente l’originale.

Comunque in via Carrara, 10 a Marghera c’è un paesino minuto chiamato “don Vecchi” abitato da 65 abitanti che vivono in maniera autonoma, si autogestiscono provvedendo al giardinaggio, al pranzo, alla cura degli ambienti, alla segreteria e alle altre mille cose che servono in un paese, pur piccolo. C’è un “pater familias” ed un suo vice che coordinano la vita comunitaria, volontari pure loro.

Mi auguro che questa Nomadelfia del Veneto abbia vita lunga, prospera ed esemplare, almeno quanto quella del grossetano!

Un club per capelli bianchi!

Mi capita abbastanza di frequente di incontrare qualcuno che mi confessa di leggere con interesse, e qualcuno perfino con edificazione e profitto, il mio diario.

Questo mi fa felice e mi incoraggia, pur caricandomi di una pesante responsabilità perché è mia assoluta volontà far del bene ed edificare e non scandalizzare o distruggere.

So d’altronde che chi non condivide i miei pensieri o non li apprezza punto, si guarda bene di farmelo sapere. Perciò questa considerazione mi tiene coi piedi per terra e mi aiuta a non montarmi la testa.

So anche che gli amici de “L’incontro” gradirebbero che, questo vecchio prete brontolone e talvolta ostico, fosse sempre ottimista ed aiutasse a guardare positivamente la vita e soprattutto a registrare ciò che c’è di bello e positivo perché per le cose brutte ci provvedono bene i giornali a renderle note.

Su queste attese sono totalmente d’accordo, anche se spesso finisco di peccare di pessimismo.

Oggi voglio annotare quindi una cosa bella, che tutto sommato, rappresenta la perla o il fiore più bello colto in giornata. Ho accolto al don Vecchi una “giovinetta” di 94 anni, una splendida mamma, lucida, intelligente, cara e perfino bella! Le vicende imprevedibili della vita l’hanno deposta sul nostro bagnasciuga!

Io sono felice di averla accolta perchè è un vero tesoro di donna, ma quello che mi fa ancora più felice è vedere due suoi “bambini” di circa 60 anni, che quasi ogni giorno vengono a trovarla, ma non si richiudono nella casa della mamma, come fanno molti visitatori, ma fanno crocchio nella hall con una quindicina di altre nonne e tengono banco, chiacchierando spassosamente anche per un paio di ore di seguito.

E’ una meraviglia vedere questo club di anziane con questi due figli che hanno adottato il don Vecchi ed una nidiata di nonne che sono beate nel partecipare a questo club per capelli bianchi!

Malinconia per un mondo al tramonto

Al don Vecchi, il mio piccolo mondo, c’è un ricambio ora abbastanza veloce; con la media di 85 anni che impera, le partenze per la Terra Promessa, se non sono settimanali, poco ci manca, comunque due tre volte al mese parte il treno per l’eternità.

Una prima tappa a San Pietro Orseolo per l’ultimo saluto, poi la nebbia dell’oblio avvolge tutto nel mistero, mentre in segreteria si affollano i pretendenti al posto rimasto libero.

Questa è la vita!

Qualche giorno fa incontrai all’ingresso del don Vecchi un volto nuovo di donna anziana. Intuii che doveva essere una nuova inquilina che era appena entrata alla chetichella nel nostro borgo di viale don Sturzo.

Difatti appena le chiesi se era una dei nostri, annuì prontamente. Si trattava di una anziana che stava avviandosi verso la quarta età. Le feci qualche domanda tentando di inquadrare la nuova venuta con cui dovrò condividere casa e destino per i pochi anni che forse avremo ancora da vivere. Si trattava di una donna cordiale, spigliata, una veneziana disinvolta dalla battuta calda e pronta.

Le chiesi dei figli; ottimi, come sempre lo sono per tutte le mamme, ma fu la richiesta di notizie sul marito, che pensavo morto, da noi prevalgono le vedove, che mi stupì alquanto.

“Mi auguro che sia ancora vivo!”

Si erano separati da tempo e il coniuge le era diventato talmente estraneo da non sapere neppure se era ancora vivo. Per fortuna non c’era ne malanimo ne rancore, ma una assoluta e totale indifferenza!

Al don Vecchi siamo tutti anziani e dovremmo quindi rappresentare “il piccolo mondo antico”, mentre purtroppo siamo ormai i protagonisti del “mondo moderno” sempre adoperando le definizioni di Fogazzaro, ma credo che di questo autore abbiamo anche il rimpianto e la malinconia del nostro mondo al tramonto!

“C’è chi semina nel pianto e chi raccoglie nella gioia” e storie di fiori

Durante il mese di novembre mi è capitato più volte di avere la tentazione di inquadrare un evento abbastanza banale con una frase biblica saggia e solenne dell’Antico Testamento: “C’è chi semina nel pianto e chi raccoglie nella gioia”.

La frase non calzava perfettamente perché era lo stesso soggetto, io, che avevo seminato tra tante difficoltà ed ora raccoglievo con sorpresa e con gioia i risultati della mia fatica.

Chiarisco l’enigma e poi come si fa con gli aneddoti e le favole ne tiro la morale.

Nel dicembre dello scorso anno ebbi modo di notare che sia gli operai del cimitero, sia i parenti dei defunti sepolti nel nostro camposanto, buttavano nei cassonetti dei rifiuti, le piante di crisantemo ormai sfiorite e semidistrutte dalle prime gelate dell’incipiente inverno.

Dapprima pensai ai costi di queste piante: 15 – 20 euro all’una, poi mi balenò l’idea di recuperarle per piantarle lungo il viale del don Vecchi.

Ogni mattina caricavo il portabagagli della mia Fiat Uno, sporcando di terra l’abitacolo.

Ebbi tutti contro, chi diceva che ormai erano perdute per il gelo, altri che la terra del don Vecchi era cretosa, altri ancora che il sole di luglio le avrebbe bruciate.

Non badai a nessuno e ne piantai cento, centocinquanta.

Durante l’estate sembrava che i miei oppositori avessero avuto ragione, tanto erano striminzite, ma invece ora tutto il don Vecchi è in fiore. Al don Vecchi sembra primavera.

Nella vita bisogna lavorare, soffrire, avere il coraggio di andare contro corrente, ma soprattutto ascoltare il cuore, perché solo così prima o poi si può raccogliere qualcosa con letizia anche in un settore così marginale conviene ascoltare il buon Dio, Egli ha sempre ragione!

Oltre il don Vecchi

Ho visitato, su sua richiesta, un’anziana signora, che a livello di linguaggio tecnico appartiene alla quarta età, vive sola perché vedova da alcuni anni di un valente e stimato pedagogo mestrino. La mia interlocutrice possiede una mente lucidissima, un parlare sciolto, informato, una buona conoscenza dei sacerdoti e delle comunità parrocchiali di Mestre e soprattutto è credente e coerentemente praticante.

Vive sola, con una governante straniera in una casa non di lusso, ma grande, bene arredata e situata in una zona centrale di Mestre. Il suo problema? La solitudine e la preoccupazione per il domani incombente, dato che ormai ha messo piede nella quarta età! Qualcuno le ha fatto il mio nome e le ha suggerito di parlarmi e di chiedermi un consiglio e possibilmente un aiuto.

Un tempo le persone che si trovavano in queste condizioni facevano un vitalizio con una casa di riposo per garantirsi una sicurezza ed una protezione nel tempo difficile della vecchiaia.

Ora nessuna persona autosufficiente accetta la soluzione della casa di riposo, soluzione ottocentesca superata perché mortifica la persona e non garantisce minimamente una vita autonoma, in cui uno possa scegliere e vivere da persona. Ho capito subito che questa signora praticamente era disponibile a destinare tutti i suoi averi purché la nostra fondazione le garantisse un alloggio ed una assistenza adeguata. La cosa potrebbe essere anche appetibile purché la fondazione sia in grado di creare pian piano una rete di strutture rispondenti alle varie attese di un mondo che sarà sempre variegato.

L’attuale don Vecchi è certamente una valida, forse la più valida, risposta agli anziani autosufficienti di condizione povera, dovremo però creare una struttura migliore per chi è abituato ad un regime di vita superiore e soprattutto dovremo avere una risposta degna per i non più autosufficienti. Tutto questo potrà essere un programma ed un progetto per chi oggi è ancora adolescente!

Nuovi e diversi tipi di povertà

Ormai da quasi un ventennio ho compreso appieno il discorso portato avanti da eminenti sociologi circa la vecchia e la nuova povertà; le povertà elementari e condivise, quali la carenza di mezzi di sussistenza, a quelle nuove e più complesse, quali la solitudine, la mancanza di valori, ecc.

Il discorso era rimasto, per me, solamente a livello teorico, ben altra cosa è però trovarsi di fronte e fare esperienze di questa seconda situazione.

lo, nel passato, avevo fatto la scelta di occuparmi delle povertà primordiali, quelle storiche, ormai fatte proprie dalla cultura corrente, perché le seconde non mi sembravano così gravi, così urgenti, ma tutto sommato un po’ artificiali e sofisticate.

Da queste scelte è nata l’attenzione e la ricerca, a livello abitativo, di dare risposta agli anziani poveri economicamente e ciò mi ha portato al don Vecchi, che tutto sommato, mi pare oggi una soluzione adeguata e rispondente ai tempi. Ora però tocco sempre più con mano che ci sono in città anziani, che possiamo chiamare benestanti, che vivono, pur dentro a questa città così convulsa ed affollata, il dramma amaro della solitudine, della precarietà esistenziale e della paura del domani. Per costoro, abituati però ed un certo livello di vita economico e culturale “la soluzione don Vecchi” non è appetibile, né idonea.

Bisognerebbe quindi pensare ad una formula di un livello superiore come struttura e come servizi e forse così queste persone potrebbero avere una risposta che li appaga e nel contempo essi potrebbero destinare i loro beni perché in città si moltiplichino queste strutture di valenza sociale.

Per me è tardi pensare alla soluzione di problemi del genere, ma parlarne e rifletterci matura una cultura dalla quale poi nascono soluzioni coerenti.

“Il cristianesimo se non diventa solidarietà si riduce ad aria fritta!”

Il dottor Marco Doria, docente universitario a Ca’ Foscari e consigliere di amministrazione della Fondazione Carpinetum, che attualmente gestisce i centri don Vecchi e i progetti solidali in fase di realizzazione, oggi mi ha presentato lo studente di Economia e Commercio che ha vinto una borsa di studio per una tesi di laurea sulla dottrina sociale ed economica che sottintende questa struttura residenziale per la terza età.

Il laureando, residente a Marghera, figlio o nipote di esuli Giuliano Dalmati, è un giovane sveglio ed intelligente che ha colto la palla al balzo di aver subito una tesi, un tutor nel dottor Doria che lo guiderà, un argomento attuale ed interessante, ed infine una gratificazione economica che gli permetterà di sostenere le spese e di aver pure un introito economico con cui affrontare i primi tempi per cercare un lavoro.

Io sono felice che l’università studi e dia un supporto scientifico a quella che per me è stata un’intuizione nata dal condividere le esperienze e i drammi amari degli anziani.

Abbiamo passato assieme a questo studente e al dottor Doria un’oretta di conversazione cordiale in cui ho tentato di puntualizzare le motivazioni di fondo, che attingono a principi di fede e quindi ho illustrato le mediazioni intermedie che hanno tradotto gradatamente in scelte sociali, strutturali ed organizzative il progetto nato da questi principi religiosi.

Mi pareva di essere tornato ai tempi di scuola in cui il professore di storia monsignor Altan, tipo intelligente, ma originale, quando incominciò a parlarci della riforma protestante distinse le cause remote da quelle prossime. Le cause remote della riforma, secondo lui, risalivano al peccato di Adamo ed Eva!

Credo che avesse ragione.

Traducendo, nel caso del don Vecchi, sono convinto che la causa remota sia la mia profonda ed assoluta convinzione che il cristianesimo se non diventa solidarietà si riduce ad aria fritta!

Da questa convinzione con infinite mediazioni si è arrivati pian piano al don Vecchi. Quindi se togli questo principio crolla tutto!

La “guerra degli spazi”

Qualche giorno fa sono sceso, come faccio ogni giorno, nell’interrato del don Vecchi per gratificare i cento volontari che impegnano il pomeriggio a servizio della gente che ha bisogno di vestiti, coperte e mobili per gli appartamenti che faticosamente riescono ad affittare.

La visita non ha il solo scopo di far sentire a chi serve con umiltà e generosità la povera gente che il capo conosce ed approva, ma anche per fare da interposizione tra i contendenti nella “guerra degli spazi”.

Ogni gruppo rivendica, costantemente con passione, il bisogno di più spazio per svolgere al meglio il proprio servizio, perciò come presidente della fondazione e dell’associazione di volontariato sono chiamato a fare da paciere e da controllore perché non si invadano i territori altrui.

Proprio in una delle ultime mie visite notai come certi spazi siano quasi sprecati perché costituiti da sgabuzzini angusti. Mentre mi stavo chiedendo come mai l’interrato è stato strutturato in quel modo, mi venne in mente che l’artefice sono stato proprio io, perché avevo lungamente sognato di fare di quella parte di interrato una trentina di stanze per lavoratori extracomunitari.

Il progetto andò a vuoto perché, l’assessore Zordan, nonostante tutta la buona volontà, stante le leggi vigenti, non poteva darmi questo permesso. Da questo fallimento nacque il progetto alternativo dell’ostello San Benedetto di Campalto.

Quanto ringraziai il Signore per avermi impedito, tramite la burocrazia del Comune, di realizzare l’incauta soluzione sognata! Ora capisco che avrei costruito una polveriera sotto gli alloggi del don Vecchi e il Signore, più cauto e lungimirante del suo vecchio e sprovveduto ministro, pensò bene di impedirmelo.

Prima di tornare al piano nobile, non solo ho ringraziato il buon Dio di avermi messo i pali tra le ruote, ma ho pure fatto il proposito di fidarmi di più e sempre della Provvidenza, che talvolta si avvale perfino della burocrazia, per impedire la sventatezza di qualcuno dei suoi ministri meno avveduti e prudenti.

Sono stato raggirato!

Dopo parecchie esperienze negative mi ritenevo ormai un esperto che non correva più il pericolo di essere abbindolato dai furfanti che con gli espedienti più diversi spillano denaro ai cittadini e soprattutto agli anziani.

A questo proposito avrei da raccontare un vasto repertorio di fatti accadutimi durante la mia lunga vita di prete, vita in cui questa gente che campa di espedienti, mi ha spillato denari, ma soprattutto mi ha fatto correre il pericolo di negare l’aiuto a chi ne aveva veramente bisogno.

L’essere ora al don Vecchi, in questa isola fuori dal mondo, mi rendeva più sicuro che mai, invece, ci sono cascato come un perognocco!

Fortuna ha voluto che il lestofante si sia accontentato di poco, appena 120 euro, ma se avesse voluto credo che avrei pagato molto di più per la mia dabbenaggine.

Faccio un appunto sull’evento per ricordarmi che l’aiuto ai poveri lo debbo dare per scelta, non per raggiro!

La vigilia dell’Assunta mi telefonano dalla segreteria che il signor tal dei tali mi voleva dare un saluto. Non ricordavo il nome, ma per me sono molti di più i nomi di amici che non ricordo che quelli che ricordo.

Mi accolse nella hall con tanta familiarità, disse che stava andando in vacanza e che lavorando come ingegnere alla Sony aveva dei televisori, dei computers, stampanti ed un sacco di altre cose da regalare perché in sede tenevano solo gli ultimi modelli.

Volle gli estremi della Fondazione, per preparare la ricevuta, lo portai in segreteria dove chiese i programmi da inserire. Una vera manna per i collaboratori de “L’incontro” che adoperano macchine vecchie e sorpassate!

Tutto bene se non che mi disse quasi con imbarazzo, che certi cavi li doveva comprare anche lui perché le macchine potessero funzionare, cose che lui avrebbe pagato a prezzo scontato.

Chiesi: “Dica quanto ha bisogno? “Centoventi euro”
Mi venne un dubbiolino, perché chi mi offre roba non fa mai questi discorsi.
Fugai il dubbio e gli diedi il denaro.
“Alle venti, prima di partire, le porto tutto”

Probabilmente alludeva alle venti dell’anno 3000!

“Là c’è la Provvidenza!”

Alessandro Manzoni ha messo in bocca al povero e spaesato Renzo Tramaglino la battuta che ha fatto tanta fortuna e che spesso rasserena pure me, tanto che spesso, quando mi sento frastornato e travolto dalle istanze della vita, esclamo “Là c’è la Provvidenza!” e sempre in qualche modo si apre uno spiraglio di speranza e di soluzione.

L’ultima volta che si è accesa questa lampada rasserenante è stato qualche giorno fa quando alle otto di sera suonarono alla porta del mio quartierino, Lino, il responsabile del don Vecchi Marghera, assieme a Stefano, il suo fedele scudiero, tecnico della ristorazione.

Dapprima ebbi un tremito di preoccupazione “Cosa sarà successo?” poi invece l’atmosfera si rasserenò di colpo quando mi dissero: “Abbiamo ottanta polli allo spiedo da metterle a disposizione”.

Nello stabilimento che ha assorbito la Rex, la Zanussi ed aziende del genere, stanno mettendo a punto un programma per cuocere polli allo spiedo e Stefano ci ha portato, per il Seniorestaurant, i polli sui quali stavano facendo esprimenti di cottura.

I commensali hanno gradito quanto mai i polli fuoriprogramma, mentre io ho gradito di più ancora l’intervento quanto mai propizio della Provvidenza! Il giorno dopo Rocco è andato all’INS per acquistare un quintale di pasta perché il nostro “Banco alimentare” era sfornito, se non che una signora ha accompagnato con un bigliettino bianco “il suo pensierino” con 60 chili di zucchero, 60 di riso e 80 vasi di pelati, non potei non esclamare “Là c’è la Provvidenza!”

Pochi giorni fa Luigi, il responsabile dell’operazione “Alzati e cammina” mi ha riferito che erano giunte una quarantina di carrozzine e di comode per infermi, strumenti dei quali da giorni eravamo sprovvisti.

Assieme abbiamo esclamato “Là c’è la Provvidenza” tanto che questa esclamazione sta diventando “un altro pro nobis” delle litanie della Madonna!

Ritratto di una bella signora

I miei rapporti con la stampa sono veramente positivi, nell’ambiente della carta stampata conto tanti amici ed ogni volta che ho bisogno di un piacere essi si fanno in quattro per darmi una mano.

Di questo sono loro molto riconoscente e più volte, a voce e per iscritto ho manifestato la mia gratitudine. Però ho capito da un pezzo quello che posso chiedere a quello che sarebbe inutile chiedere perché non sono in grado di accontentarmi. I giornali, specie i quotidiani, hanno bisogno di notizie e quanto più sono fuori norma, dallo scontato, tanto più sono appetibili.

Il giornale ha bisogno di interessare il lettore e di farsi leggere incuriosen- dolo con notizie che stupiscono e che diano la sensazione di un qualcosa di interessante e sorprendente.

Soltanto nel romanzo lo scrittore può lasciarsi andare a descrizioni da acquerello, ricche di lirismo e di poesia, ma per queste cose ci vuole vero talento; per dire invece cose abbastanza scontate, ma dando al lettore la sensazione di scoprire nella normalità qualcosa di interessante ci vuole ancor più talento.

Io credo però di non avere questo talento, pur tuttavia tento di tracciare un breve profilo di una signora di mezza età che conosco da anni e che merita di essere conosciuta.

Ella continua a sgobbare ai magazzini dei poveri di santa ragione, chiacchierando continuamente, con frizzi, battute affettuose, rimbrotti apparenti, incitamenti e autocommiserazioni. E’ difficile inquadrare con parole banali questa creatura, che non ha nulla di particolare nè a livello estetico nè a quello razionale, da sottolineare con pennellate di colore che ne tracciano il volto, la sensibilità e il cuore, ma il lavoro generoso, la parlata pulita e cordiale di Giuliana ne fanno un numero caro ed interessante di donna tanto da sentire il desiderio di ringraziare il Signore di farcela incontrare tanto spesso là nello scantinato dei magazzini S. Martino nei quali ogni giorno dona il meglio di sè e rasserena l’animo di tutti.

Un’utopia al don Vecchi

Le scoperte che vado facendo con il passare degli anni non sono tutte felici e positive.

Mi capita spesso di constatare che i mass-media e l’opinione pubblica hanno un’efficacia persuasiva enormemente superiore di quanto io riesca a passare anche alle persone che mi vivono accanto e che perciò sono nella condizione di conoscere direttamente gli ideali che perseguo e la testimonianza che cerco di dare. Finché si tratta di un’approvazione generica della nostra attività tutto va per il meglio, ma quando qualcuno dovrebbe calare nella propria vita i valori che tento di trasmettere casca pesantemente l’asino. È noto a tutti che l’istituzione del don Vecchi tende a permettere agli anziani che hanno redditi più che modesti di poter vivere una vita serena, circondati da simpatia, aiutati in tutto quello che è possibile dar loro.

È noto anche a tutti, ma soprattutto a chi vive all’interno della struttura del don Vecchi che è obiettivo ambizioso, ma certamente nobile, che al Centro si fa ogni sforzo perché chi ha la fatidica pensione sociale, che ad oggi ammonta a 516 euro mensili, possa vivere senza mendicare, senza privarsi dell’essenziale e senza pesare sugli altri.

Questa è la nostra utopia!

Riconosco che purtroppo sta divenendo un’utopia, non nel senso nobile del termine, ma forse in quello popolare, ossia quando ad utopia corrisponde come contenuto all’illusione.

Per perseguire questo obiettivo tutti, anche i meno esperti a livello economico, dovrebbero comprendere che per raggiungere questo risultato bisogna economizzare su tutto: luce, uso di imprese e di tecnici, acqua, e soprattutto sui dipendenti, che normalmente costituiscono sulla lista dei costi una delle voci più gravose.

Purtroppo quando una persona entra nel libro paga pare che tutti questi discorsi non la riguardino più e che diventi “vangelo” solamente lo statuto dei lavoratori, con tutti i relativi diritti che oggi, specie per le attività caritative, qual è la nostra, sono più che mai pesanti. Al don Vecchi avremmo bisogno che uno, non solamente rispettasse i compiti stabiliti dal contratto, ma abbracciasse la causa, più preoccupato del bene degli anziani che dei propri interessi.

Pare che questa sia veramente una chimera! A Marghera abbiamo perciò eliminato i dipendenti per puntare sull’autogestione sperando che il sogno si realizzi.

Un piccolo paradiso in terra

Un pomeriggio mi sono concesso una passeggiata.

Avevo fatto la visita quotidiana ai magazzini ove una cinquantina di volontari prestano il loro turno di servizio nella distribuzione dei vestiti, dei mobili, dei generi alimentari e degli strumenti per gli infermi. Ai magazzini ogni giorno c’è un affollamento sereno di un mondo cosmopolita, di razze ed etnie diverse; dalla gente dalla pelle scura giunte dall’Africa, settentrionale, Marocco, Tunisia, Algeria, Madagascar ecc… alla gente che viene dal freddo: ucraini, moldavi, polacchi, rumeni. Mi rendo sempre più conto che quando c’è rispetto, comprensione e fraternità la lingua, la religione e i costumi non costituiscono una barriera, un problema di convivenza. La gente dei magazzini, siano volontari, che clienti s’intendono benissimo, bastano poche parole per comunicare: ciao, grazie, ti sta bene!

I problemi di integrazione, di convivenza, di flussi o dei permessi di soggiorno pare siano inventati dai politici e dai sociologi; quando la gente si da una mano e si tratta con amicizia e rispetto tutto s’accomoda nel miglior dei modi.

Fatto il giretto sono uscito nel parco, avendo notato che due care signore, sapendo quanto amo i fiori, stavano riordinando le aiuole. La giornata era veramente bella, numerosi anziani stavano nella piazzetta a crocchi seduti attorno ai tavolini a chiacchierare, ogni tanto uscivano “le bariste” per servire il gelato, una birretta fresca o il caffè.

Incontrai le signore che accudivano ai fiori con dei copricapo in testa per proteggersi dal sole; vidi in loro gli antichi gesti delle nostre vecchie donne di campagna, gente bella, semplice sana laboriosa.

Quindi mi sono avviato al mio “eremo” per occuparmi dell’ “Incontro”, mentre camminavo lo sguardo leggeva ed accarezzava le pietre con i nomi di infiniti benefattori. Quello che vedevo: bellezza, pace, ordine, serenità era frutto della loro generosità, forse non lo sanno, però hanno costruito veramente un piccolo paradiso in terra!