All’inizio del 1995 alla segreteria del Don Vecchi 1 continuavano a giungere nuove domande di anziani che chiedevano un alloggio, tanto che quando abbiamo cominciato il secondo centro ne avevamo due-trecento in attesa.
Per costruire nuovamente c’era sempre il problema di trovare una superficie disponibile. Per fortuna a monte della prima struttura c’era pure un’altra area di circa 10 mila metri quadrati, anch’essa di proprietà della stessa Società dei 300 campi, affittata ad un contadino che abitava da quelle parti. Mi feci coraggio e chiesi alla società di vendermi quest’area. C’era però l’inghippo dell’affittuario. Lo convinsi a rinunciare a quell’area puntando sul discorso dell’opera di carità che intendevamo fare e, non so se per questo motivo o se per la promessa di offrirgli “una mancia abbastanza considerevole”. La società dei 300 campi mi cedette l’area al prezzo di 350 milioni di vecchie lire.
Col consiglio del giovane geometra Andrea Groppo, pure lui mio vecchio scout, che ora è vicepresidente della Fondazione Carpinetum e che allora fu per me più che il braccio destro, abbiamo aperto un bando di concorso. Vinse questo concorso l’impresa Hausotec, il progettista della quale era il giovane e brillante architetto Francesco Sommavilla e l’impresario suo fratello.
Il costo era particolarmente elevato perché la nuova struttura comprendeva 138 alloggi e molte altre sale per la vita comunitaria. Quando sottoscrissi il contratto mi mancava ben un miliardo e mezzo di vecchie lire! Ora capisco che in quell’occasione forse ho sfidato la Divina Provvidenza e l’ho fatto con un po’ troppa impudenza.
Comunque il Signore fu buono come sempre e mi aiutò suggerendo a me la “trovata” di “vendere le pietre col cuore”, ossia l’iniziativa di offrire ai concittadini l’opportunità di intestare ad un loro caro defunto una mattonella del grande viale che gira attorno all’intero fabbricato. Raggranellai più di un centinaio di milioni, sempre delle vecchie lire.
Il Signore poi suggerì ad alcuni concittadini di concorrere in maniera seria a quest’opera di bene. Essendo ormai novantenne non ricordo più tutti i nomi e la consistenza delle offerte dei benefattori più insigni, comunque ad esempio la signora Corà mi donò un miliardo, i coniugi Teti e Roberto Ricoveri 250 milioni, la dottoressa Giustina Saccardo Scaldaferro 350 milioni, la signora Coletti 20 milioni. E a queste offerte più consistenti se ne aggiunse una miriade di altre da benefattori generosi.
Non mancarono le difficoltà con l’impresa, perché forse avevamo “tirato” troppo nel contrattare, sta di fatto che, quando il 27 maggio 2001 sempre il cardinale Marco Cè inaugurò il Don Vecchi 2, avevo totalmente saldato il costo dell’edificio. Diedi quindi per scontate l’amicizia e la fiducia che il buon Dio mi aveva dimostrato e i suggerimenti della dottoressa Francesca Corsi, mia alunna alle Magistrali, che, a quel tempo, era funzionario addetto all’assistenza di anziani e disabili del Comune di Venezia.
Questa seconda struttura è forse la più felice nelle sue articolazioni architettoniche e la più rispondente alla vita, parzialmente autonoma, degli anziani. Essa offre, come avevamo previsto, 136 alloggi di varie misure, molti locali per l’uso comune, la grandissima hall, una sala per le conferenze, capace di 100 posti a sedere, oltre alla sala per la presidenza, gli uffici di amministrazione, la cappella, una palestra completamente attrezzata e uno spazio sconfinato nell’interrato di tutto l’edificio. La trovata più intelligente è stata quella di costruire una galleria coperta che congiunge il primo al secondo fabbricato, mettendo quindi in comune i vari servizi. Anche questo secondo complesso si riempì in un battibaleno. (7/continua)