“I morti”

Alla mia età ogni giorno sono costretto a misurarmi con le atmosfere un po’ romantiche ma sempre vere delle nostalgie, dei rimpianti e dei confronti descritti in maniera magistrale da Antonio Fogazzaro nel suo splendido romanzo: “Piccolo mondo antico”. Oggi poi l’evoluzione del costume, della mentalità e del modo di pensare e di vivere è così veloce da far emergere, in una persona di novant’anni nel confronto tra le proprie esperienze pregresse e il modo d’essere del giorno d’oggi, differenze veramente abissali. Io da più di mezzo secolo mi occupo della chiesa del cimitero, di questo piccolo mondo racchiuso da mura e cancelli e trapunto di cipressi alcuni secolari e altri appena piantati.

Sia chiaro, io non condanno, non mi ribello e non rifiuto il modo attuale di “vivere” l’evento della morte e il rapporto con i defunti ma sono costretto a fare confronti e valutazioni.

Sono quanto mai perplesso di fronte a una certa indifferenza e a una certa disinvoltura nel non affrontare questa realtà quasi nel “tentativo” di ignorarla, come non facesse parte delle problematiche della vita.

Lasciatemi fare qualche confronto tra i più evidenti e riscontrabili. Ricordo che intorno agli anni 60, tempo in cui ero cappellano presso il Duomo di Mestre, per il funerale si faceva una lunga processione aperta dalla croce, al passaggio del corteo le persone si toglievano il cappello e si facevano il segno della croce e i negozianti abbassavano le serrande.

Per “i morti”, all’imbocco di via Spalti, c’era una tale ressa di persone che si recavano alle tombe dei propri cari da far fatica ad aprirsi un varco tra la folla. Oggi al Duomo si permette di entrare in piazza solo al carro funebre che poi, seguito da qualche autovettura con i parenti più stretti, raggiunge velocemente il camposanto. Oggi spessissimo ai funerali partecipa un numero sparuto di persone e dopo il rito funebre, mentre la salma parte solitaria per la cremazione, la gente si sofferma a lungo a chiacchierare, almeno in apparenza, in maniera piacevole.

La società ha di certo ritmi diversi ma, mentre la realtà della morte rimane quella di sempre, le certezze che un tempo accompagnavano questo evento sembrano sbiadite e surrogate da un pragmatismo arido e in evoluzione talmente rapida che, almeno in apparenza, non consente più né di porti domande né di trovare risposte. Confesso che non mi so rassegnare ad una vita spesso faticosa che non conduce da nessuna parte se non alla tomba perciò mi aggrappo al pensiero della Terra Promessa e del Paradiso.

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