Anche se da dietro le quinte sto dandomi da fare perché si realizzi anche a Mestre un’esperienza di solidarietà tanto diversa dalle altre e che spero possa raggiungere dei concittadini che non sono soliti frequentare le assistenti sociali, la San Vincenzo, la Caritas o le canoniche per battere cassa. So quanto sia difficile fare accettare un aiuto a chi conserva, nonostante i disagi, la propria dignità e vorrebbe a tutti i costi vivere del proprio lavoro.
A casa mia eravamo sette fratelli, vivevamo in una casupola con annesso un pezzo di terra, dove scorrazzavano galline e oche, però in casa entrava solamente lo stipendio di mio padre che, quando eravamo molto piccoli, faceva il carpentiere del legno. Non dimenticherò mai quando, al tempo del frumento, andavamo a raccogliere le spighe sulle terre bonificate dal duce. Mia madre con una brigata di ragazzini svogliati e rissosi andava a raccogliere i semi del ricino, le patate, i fagioli e le pannocchie. Ricordo ancora quando ci affidavano una coppia di buoi per sarchiare la terra ed essi, che non ci riconoscevano come guide valide, facevano i fatti loro. Ricordo anche quando mio padre dovette andare in Germania per mandare avanti la baracca, ma mai i miei genitori si sarebbero presentati alle porte del Comune o all’E.C.A. per chiedere aiuto. Mio padre poi arrivava perfino ad affermare che noi, in confronto a tanti altri, eravamo dei “scioretti”.
Ebbene farò di tutto perché famiglie di disoccupati, di lavoratori in cassa integrazione o in mobilità possano cenare in un ristorante signorile, serviti a tavola e accolti fraternamente. Prego il buon Dio che mi aiuti a condurre a termine questa mia ultima avventura solidale ma soprattutto prego e chiedo a tutti i miei amici di mettersi a disposizione del buon Dio per aiutare chi è meno fortunato a sentirsi accolto come un fratello amato e atteso.