L’immagine del vecchio prete, che passeggia tenendo tra le mani il breviario, credo appartenga all’immaginario collettivo se non altro perché è diventata di pubblico dominio attraverso le pagine del celeberrimo romanzo “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni. Chi non ricorda, o non vede con gli occhi della fantasia, don Abbondio avvicinato dai bravi mentre recita tranquillo il breviario, la preghiera che la Chiesa “impone” di recitare ai sacerdoti a favore di tutto il popolo di Dio.
Credo che con il tempo anche questa immagine si sia sbiadita, un po’ perché i preti vivono una vita più irrequieta del sacerdote dei “Promessi sposi” ed un po’ perché ho letto che appena il 15% dei preti recita ancora quel breviario che un tempo era loro imposto sotto pena di “peccato mortale”. Io appartengo al piccolo rimasuglio di sacerdoti ottemperanti questa norma ecclesiastica. In verità quella del breviario non è una preghiera che mi esalti e che ami particolarmente perché, buona parte di esso, riporta salmi ebrei di due o tremila anni fa o brani di opere di frati e scrittori ecclesiastici che appartengono o all’Antico Testamento o ai primi secoli del cristianesimo. Rimango però fedele a questa pia pratica sperando che il piccolo sacrificio che faccio di primo mattino recitandolo sia di per se stesso una preghiera, per mia fortuna però quasi ogni giorno mi imbatto, durante questa recita, in qualche “pietra preziosa” che mi arricchisce.
Questa mattina, ad esempio, ho letto: “Signore fa germogliare i semi del bene che avrò modo di seminare durante questo giorno”. Ho passato tutta la giornata ad impegnarmi nell’offrire qualche cosa di buono e di valido a tutte le persone che ho incontrato. Mi è stata dolce e cara l’idea che mi cantava nel cuore di poter seminare nell’animo, di chi ho incontrato, qualcosa di bello e di buono. La mia preghiera non è stata sempre lucida e fervorosa però questo pensiero mi ha offerto un’ebbrezza particolare. Penso che, nonostante tutto, continuerò a “dire il breviario!”.