La mia chiesa

Ricordo con una certa nostalgia la figura di un prete, protagonista di uno dei tanti romanzi a carattere religioso Il romanziere inglese Bruce Marshall, che quando parlava della sua parrocchia, ma soprattutto della sua chiesa la chiamava, quasi con linguaggio da innamorato, “la mia bella sposa”.

Mi ritrovo anch’io ad ottantasei anni ad essere innamorato della mia “sposa bella” quando penso alla mia chiesa che tutti dicono offra il calore e l’intimità di una baita di montagna. Di certo la mia “cattedrale tra i cipressi” è l’ultimo amore della mia vita ma confesso che questo amore non è meno bello ed intenso di quello della mia giovinezza per la chiesa neogotica di Eraclea, mio paese natio o per la Basilica della Salute che mi avvolse di tenerezza durante il tempo del Seminario.

Fu pure splendido l’amore per la chiesa dei Gesuati, che accompagnò le primizie del mio sacerdozio, incantevole fu l’amore per il mio bel duomo di San Lorenzo nella stagione del fiorire del mio apostolato, esso era sempre gremito di folla e più ancora ho amato la chiesa neogotica del Meduna in quel di Carpenedo che fu per trentacinque anni la calda casa della mia comunità, ma l’attuale “sposa bella” del Camposanto mi fa sognare l’amore anche da vecchio prete alla soglia dell’eternità.

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